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Coraggio... fatti ammazzare

Regia di Clint Eastwood vedi scheda film

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La recensione su Coraggio... fatti ammazzare

di scapigliato
8 stelle

All’inizio il film sembra tutto sbagliato: un’antologia patetica di atti criminosi messi in riga dal pistolero Callahan. Dirty Harry spara incazzato su chiunque se lo meriti. Segue il suo metro di giudizio arrabbiato e fa da giudice, giuria e boia. Letto così, il primo e per ora unico Callahan diretto dallo stesso Clint Eastwood, si rivela un phaplet di esibizionismo repubblicano. É anche l’epoca giusta, i primi anni ’80. Precedono questo Callahan 4 film come “Firefox” e “Any Which Way You Can”, ma anche pellicole lirico-programmatiche come “Bronco Billy”, dove Clint Eastwood attore-autore-regista manifesta la propria poetica che via via si perfezionerà e migliorerà fino ai grandi titoli dei primi anni ’90. Il fenomeno Eastwood è un atomo impazzito, un cavallo indomato che va per la sua strada. Lo stesso vale per il fenomemo Callahan: democratico o repubblicano? Nessuno dei due. Lo capiamo in questo quarto episodio: Harry Callahan non è né democratico né repubblicano, è eastwoodiano. Siamo ancora nella prima fase dell’uomo eastwoodiano, quello ancora insubordinato, arrabbiato, pseudo-nichilista, autarchico e sottilmente pure anarchico, sebbene manifesti fedeldà alla legge. Nelle opere più mature di Eastwood, questa compulsività eversiva verrà placata dal grande umanesimo del regista, ma resterà ugualmente un umanesimo arrabbiato, provocatorio, insubordinato per definizione.
É nella seconda parte del film che Eastwood regista dà il meglio di sé e vira drasticamente la pellicola verso un poliziesco d’autore completamente lontano anni luce dal Callahan del primo tempo, quello che spara senza seguire l’ortodossia della polizia. Da San Francisco viene spedito a San Paulo per indagare su alcune morti sospette che portano la firma dello stesso assassino: un buco ai coglioni, e uno alla testa. Nella piccola cittadina di mare però l’ispettore di ferro non trova né collaborazione né gentilezze. Esplicitamente contro di lui troviamo il capo della polizia locale Jennings, affidato al grande caratterista Pat Hingle, mentre ad aiutarlo fin che può troviamo un giovane poliziotto. Tra i due estremi, un personaggio femminile ambiguo, la vera grande cifra autoriale dell’episodio numero 4: Sondra Locke, ai tempi compagna di Eastwood. É nelle scene a lei dedicate, nella coreografia delle sue vendette, nel taglio dell’immagine, nella luce, nel lirismo che accompagna il personaggio di questa giustiziere della notte anticipatrice di quello di Jodie Foster, che Eastwood dà il meglio di sé. L’mbiguità della legge, dopotutto, è anche quella del crimine. Certe cose sono legittimate dalle leggi, altre invece no. Ma la matrice sociale, l’instinto umano, la spinta psicologica che porta alla loro attuazione è la stessa. Infatti, fin dall’inizio del film assistiamo al primo di alcuni indizi che sovrappongono la figura di Harry la Carogna a quella della giustiziere Sondra Locke. Il primo indizio è anche il più importante: mentre Callahan è sul luogo del primo delitto, va a mettersi su un angolo di terra che dà su uno strapiombo e fissa il mare dell’oceano. É lo stesso medesimo punto dove era andata a mettersi la giustiziere appena dopo il suo delitto. Anche lei sullo stesso angolo di terra, anche lei a fissare il mare. Questo sembra quasi dirci che i due personaggi la vedono allo stesso modo, dallo stesso punto di vista. A seguire, l’attrazione inevitabile tra cacciatore e cacciata ci riconferma l’affinità tra i due caratteri, tra le due anime pestate e graffiate dalla società meschina. Ed è su questa ondata di vendetta che si costruisce il crepuscolo eastwoodiano fino alla fine del film. Non solo a Dirty Harry gli uccideranno un collega, l’immancabile Albert Popwell, ma gli verranno inflitti molti torti, chiuse molte porte in faccia, fino ad un clamoroso pestaggio, dopo il quale viene gettato in mare dal pontile, sperando nella sua morte. Ma ecco che Callahan esce dall’acqua tutto ferito, si regge in piedi a malapena, raggiunge la ragazza in ostaggio di uno dei suoi vecchi aguzzini, l’ultimo che deve essere ancora giustiziato. Bellissimo il rientro in scena dell’eroe ferito: campo lungo, una silohuette che è quella del pistolero leoniano controluce, scena completamente libera da oggetti, lungo fascio di luce che si stende sulla piattezza del molo, e soprattutto silenzio, molto silenzio. Un secondo tempo, diremmo, dalle atmosfere noir, quasi orrorifiche (il vecchio luna-park che dà su un mare fuori stagione, la giostra dei cavallini, i volti psicopatici degli stupratori: tutte immagini legate al genere horror). Invece è il poliziesco anni ’70, un western-urbano, qui più che mai.
É quasi un anti-eroe metafisico il Callahan firmato da Clint Eastwood: più lirico di quello nichilista di Don Siegel, la cui incazzatura cronica è da leggersi più come espressione del sé-irrisolto che patologia sociale. Va anche notato infatti, il carattere sessuale e la sua declinazione castratrice che pervade l’intera pellicola. L’oggetto scatenante è uno stupro, pratica corrispondente quasi sempre ad una frustrazione sessuale dello stupratore; i bersagli della vendetta sono i genitali e la testa, ovvero i due organi decisionisti dell’uomo maschio; il mezzo con cui la giustiziere si vendica e con cui l’ispettore fa rispettare la legge è una pistola, ovvero un simbolo fallico per eccellenza, prolungamento della virilità; il capo degli stupratori è un impotente, probabilmente anche omosessuale represso, che quindi sfoga la sua frustrazione nella castrazione altrui. Una lettura questa che può farci rileggere tutti i personaggi del dramma come uomini e donne vittime della castrazione sociale. Consapevolmente voluta o inconsapevolmente ottenuta dal regista, questo non lo so. É palese come la violenza sia abbinata senza ambiguità alla turba sessuale. Non può essere solo un caso. Non è solo un poliziesco, ma una rappresentazione della fallocrazia nevrotica, della sessualità isterica, tipica dei paesi civilizzati e quindi moralizzati.

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