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Minari

Regia di Lee Isaac Chung vedi scheda film

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La recensione su Minari

di alan smithee
6 stelle

Negli anni '80 gli ambiziosi progetti di vita e professionali di un capofamiglia di origine sudcoreana, immigrato da anni negli Usa, inducono la famiglia a trasferirsi in una zona rurale dell'Arkansas per cercare di mettersi in proprio e costruirsi una fattoria in gradi di sostenere l'intera famiglia.

Il progetto, ambizioso e più che dignitoso, richiede sforzi economici e fisici, e crea attriti e difficoltà già all'interno della famiglia, con una moglie un po' titubante a lasciare un lavoro manuale fisso e a salario basso ma assicurato, per un progetto pieno di incognite e lati oscuri.

Il disagio della nuova vita tra i campi, nella casa mobile che l'uomo ha fatto impiantare sul terreno appena acquistato, metterà un po' a soqquadro pure la vita del figlio più piccolo della coppia, e il sopraggiungere dalla Corea della anziana madre della moglie, non farà che rendere più difficile quel processo di integrazione con l'ambiente che le circostanze richiedono.

Minari, titolo che si riferisce ad un'erba selvatica che la nonna del piccolo protagonista trova nel bosco e alla quale attribuisce molte virtù curative e terapeutiche, è la storia della solenne realizzazione di quel sogno americano che pare irraggiungibile ai più, ma che trasforma la vita dei più tenaci e fortunati, premiandone la costanza e la risolutezza.

La vicenda, diretta dal regista di origini coreane, ma dalla nascita cittadino americano Lee Isaac Chung, con al suo attivo già diverse regie in territorio in patria, è raccontata con uno sguardo realista che coniuga il temperamento schietto di un territorio visivamente anche ameno, ma dominato dalle leggi inflessibili di una natura orgogliosa e padrona della situazione, con l'umanità del descrivere rapporti familiari e di sangue mai corrotti da tentazioni inutilmente e tendenziosamente melodrammatiche, che riescono a far si che la storia mantenga una sua solida lucidità e una concreta credibilità.

Il film, prodotto tra gli altri anche da Brad Pitt, e premiato sia al Sundance che agli ultimi Golden Globe, dove con qualche polemica la pellicola ha partecipato, pur da film completamente made in Usa, in qualità di film straniero per via della frequente presenza di parlato in lingua coreana, gode di una efficace fotografia luminosa e un po' sgranata che riesce a rendere bene un effetto vintage coerente con l'ambientazione ormai datata di pieni anni '80.

Il film si sofferma sulla figura del protagonista bambino, senza tuttavia ergerlo a figura eccessivamente dominante in un contesto che resta corale, tipico di una vicenda di famiglia, concentandosi sugli affanni di un piccolo nucleo familiare di coraggiosi moderni pionieri desiderosi di tornare a dipendere direttamente dalla magnanimità talvolta palese di una terra che sa essere generosa soprattutto con chi ne riesce a cogliere i ritmi ed i processi più genuini, e le caratteristiche più intime.

 

 

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