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Fuori dal mondo

Regia di Giuseppe Piccioni vedi scheda film

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La recensione su Fuori dal mondo

di FilmTv Rivista
6 stelle

Un diverso modello d’amore, una maniera d’amare che impone regole incondizionate e, proprio per questo, inaccettabili. Persino da chi, teoricamente, dovrebbe capire più di tutti, per esempio il personaggio di Giuliana Lojodice che, rispondendo a una frase della figlia ("Ho scelto di stare vicino a Dio"), sbotta con un "C’è sempre stato qualcuno più importante di tua madre": una battuta che non dispiacerebbe a Woody Allen. L’audace quinto lungometraggio dell’ex minimalista Piccioni punta in alto, e non solo perché cerca un incontro ravvicinato con la spiritualità. Parla di suore in attesa di voti perpetui, a cominciare dall’orgogliosa Caterina (la migliore Margherita Buy di sempre), ma anche di donne che scelgono duro, vanno fino in fondo, non si arrestano alla prima difficoltà: perché sotto il vestito, questa volta, c’è un corpo e c’è un’anima, ci sono desideri sacrosanti (la maternità) e sogni tangibili. Parla di uomini piccoli, ombrosi, che tutti i giorni fanno a pugni con la vita convinti di essere gli unici sfigati al mondo. Parla, quasi senza volerlo, della Milano che non è più da bere, tanto meno da mangiare, e dove - per dirla con Daniele Luttazzi - non ci si incontrerebbe mai se non fosse per qualche colluttazione. Parla di scandalose solitudini, quelle perseguite con volontà e forza e quelle subite per croniche incapacità comunicative. Parla e soprattutto mostra questo bel film sulla normalità (di) mestieri dimenticati, anzi rimossi: gelatai, poliziotti, commesse. E perlustra, quest’opera che urla sottovoce, gli angoli bui e le zone depresse dei malesseri contemporanei attraverso l’esorcismo del noviziato: esperimenti, prove (anche tecniche) per rintracciare sentimenti smarriti e trasformare le perplessità in nuove certezze. Contraltare quasi perfetto della “Messa è finita” morettiana, “Fuori dal mondo” ha il coraggio di far riprendere il tram a Ernesto (un misurato Silvio Orlando): una metafora zavattiniana al servizio di un cinema che vuole, fortissimamente, uscire dagli angusti confini dei cuori al verde che chiedevano - ma solo per superstizione - la luna.

 

Recensione pubblicata su FilmTV numero 14 del 1999

Autore: Aldo Fittante

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