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Lucky Luciano

Regia di Francesco Rosi vedi scheda film

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GIMON 82

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La recensione su Lucky Luciano

di GIMON 82
6 stelle

Salvatore Lucania alias "Lucky" o "Charlie" Luciano, nome evocante echi sinistri di malavita,personaggio dall'alone "leggendario" e self-made man del malaffare.Lucania nacque nella sperduta provincia sicula di Lercara Friddi e fu cresciuto da "picciotto" americano come tanti migranti italiani dei primi del 900.Luciano pero' non è mai stato un  minatore o "sciuscia" con la schiena spaccata di fatica,egli è stato uno dei padri della "Cosa nostra" d'oltroceano,il cui nome è allegato nelle collusioni tra potere,politica e mafia degli anni 30-60.

Francesco Rosi ritaglia uno "spazio" cinematografico ad uno dei personaggi piu' discussi e controversi del ventesimo secolo,un icona del male stampata a memoria nei saggi  sulla mafia.

Si parte dal 1946 e dalla liberazione di Luciano,"graziato" dal governatore Dewey per "servigi resi alle forze armate" e in procinto di salpare su una nave diretta in Italia.

Un ritorno all'amata madrepatria e nel diroccato paesino che gli ha dato i natali,quella Lercara Friddi dove la regia inquadra simbolicamente delle lapidi di  "defunti di mafia".

Francesco Rosi pone cosi' da subito le basi per una cronaca malavitosa che si estende dall'ascesa criminale di Luciano nel 1931 e al mai chiarito coinvolgimento di "cosa nostra" nel commercio "nero" e dello sbarco alleato durante il conflitto mondiale.

Uno scorrimento filmico diligente e quadrato,anacronistico nella composizione da "gangster" movie anni 30-40.

Una lezione da cinema americano in pieno stile Hawks o Huston ripercorrendo sibili di proiettili e carneficine spietate.Rosi a differenza dell'immenso "Salvatore Giuliano" abbandona il realismo documentarista affidandosi a un saggio intuito cinematografico.

La differenza sta nell'impatto polemico e nella profondita' della storia,"Lucky Luciano" pur nella cronaca dosata magistralmente approfondisce poco la critica sociale e men che meno la complessita' del personaggio.

Tutto questo nonostante l'ennesima straordinaria performance di Volontè, ancora una volta camaleontico nel dare la vis giusta ad un personaggio sinistro.

Rosi accenna una leggera polemica intuibile nei dialoghi tra i funzionari della "narcotici bureau" che danno la caccia al padrino,su collusioni tra governo americano,italiano e mafia italoamericana.Tutto cio' risulta rilevante,ma il film rimane fermo a un ritratto "iconografico" di Luciano.

Difatti la figura del boss è quasi quella d'un tranquillo "pensionato",nonostante le voci sospette che lo circondano la regia ritrae un personaggio in "gita premio".

Un Rosi "minore" che tuttavia annulla il solco esistente tra mafia,politica e giustizia,emblematica è la figura dell'ottimo Rod Steiger,"picciotto" protetto della polizia e in combutta con essa per l'arresto di Luciano.

Luciano figura come  padrino "storico" persino nel carisma trasmesso su giovani marinai americani che al pari di un "divo" del cinema gli chiedono l'autografo.

Una sottolineatura intelligente questa della regia,che trasmette il senso di collusione dei cittadini con le figure della mafia,a cui si aggiunge il ritmo persecutorio della polizia che cerca d'incastrare Luciano per  traffico di droga.

Difatti nonostante l' apparente remissivita' del padrino  figura l'enorme movimento di personaggi ambigui dello spaccio intorno alla sua figura.

Un ritratto umano per il quale Rosi abbandona (in parte) la sintassi da impegno civile dei precedenti film,abbonandosi ad una forma cronachistica da film noir.

Tutto cio' appare sterile a tratti,Rosi ci ha abituato a film dall'empatia potente e nevralgica nella narrazione,qui forse per un "difetto" di sceneggiatura il film appare come un onesta opera di genere.

La figura di Luciano è comunque ben tratteggiata da Volontè e dalla sua mimesi impressionante  nei dettagli con una maschera dall'immenso fascino "sinistro" e dall'aura immortale.

Un viso che perdera' l"immortalita' " per un attacco di cuore fulminante nell'aeroporto di Capodichino nel 1962.

Si conclude cosi' l' epopea umana del "padrino" piu' famoso di tutti i tempi,che "decide" di andarsene sul suolo italiano in cui tra giochi di potere,affari (sporchi) e proclami d'innocenza ha continuato a "guidare i fili" come solo i grandi "pupari" sanno fare.........

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