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Favolacce

Regia di Damiano D'Innocenzo, Fabio D'Innocenzo vedi scheda film

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La recensione su Favolacce

di gaiart
8 stelle

Inserisci una fotografia enigmatica, calda, sfuocata, elegante. Inserisci una storia nera che toccca i bambini, gli innocenti, le vittime di una società deviata malata, irrispettosa. Inserisci una scrittura potente animata e resa viva da attori perfetti, con facce perfette, spietati genitori e figli conseguenti. Inserisci casette a schiera di provi

Grottesco e reale ritratto familiare

 

Inserisci una fotografia enigmatica, calda, sfuocata, elegante.

Inserisci una storia nera che tocca i bambini, gli innocenti, le vittime di una società deviata, malata, irrispettosa.

Inserisci una scrittura potente, animata e resa viva da attori perfetti, con facce perfette, spietati genitori e figli conseguenti.

Inserisci casette a schiera di provincia romana e deviazioni mentali custodite da chi le abita. E, così, in questa ricetta del vero, ti vengono fuori delle favolacce orribili.

 
 
La pellicola nei suoi artistici e schietti 98 minuti raggiunge diversi livelli di riflessione e tematiche davvero imperdibili; disagio psichico, violenza domestica, mancanza di ascolto e incapacità di essere genitori sono solo alcuni dei perni su cui l'asse del film ruota. Durante il corso di una torrida e sfuocata estate, dal caldo soffocante che contribuisce a creare un'atmosfera desertica di alienazione, si impernia Favolacce. Esaminando la vita di un piccolo quartiere di famiglie alla periferia di Roma, Fabio e Damiano D'Innocenzo, dirigono e sceneggiano, con una lente bifocale, la visione grottesca - dicotomica di queste famiglie che sembrano apparentemente normali. Solo perchè da lontano! In realtà è una chiara illusione: nelle case, nei cortili e nei giardini, il silenzio ammanta, sotto la sua coltre, devastanti frustrazioni genitoriali, cattiverie e sadismo di padri infelici, rivali, gelosi, incarnati come un unghia sottopelle dal sempre più sublime - Elio Germano.
Oltre al sadismo è presente l'ignavia, l'inconcludenza, la passività anche sentimentale delle madri e, in generale, un'indifferenza e superficialità colpevole, del mondo degli adulti. Come ogni azione a cui corrisponde una dovuta reazione, questo stolto modus vivendi et operandi getta l'infanzia in una solitaria disperazione, generando una rabbia repressa di quei bambini che esploderà intaccando la facciata di circostanza, con conseguenze devastanti sull'intera comunità. Con la direzione della fotografia di Paolo Carnera, le scenografie di Emita Frigato, Paola Peraro e Paolo Bonfini, e i costumi di Massimo Cantini Parrini, Favolacce è stato così presentato dai registi in occasione della partecipazione in concorso al Festival di Berlino 2020: "È difficile trovare parole sintetiche e abbastanza efficaci per descrivere i temi che volevamo affrontare nel nostro secondo progetto. Anche perché abbiamo scelto di usare le immagini per raccontare la storia piuttosto che la sola scrittura. La scrittura è troppo precisa, troppo inequivocabile. E non bastava per questa storia. C'è molto silenzio nel film e, paradossalmente, quando i personaggi parlano comunicano ancora meno di quando stanno in silenzio. Disagio, solitudine e apprensione trovano il loro luogo ideale all'interno delle famiglie di Favolacce: la casa - ciò che siamo soliti pensare come un nido, sebbene forse teneramente limitante - diventa nella storia il posto in cui convivono intolleranza, freddezza e ansia. Basta dare un'occhiata alle statistiche sui casi di violenza domestica per renderci conto di quanto questo corrisponda purtroppo a verità. Volevamo indagare sull'interruzione di comunicazione di queste famiglie, immerse nella stagnazione di sterili abitudini, dove forse solo le tragedie hanno la capacità di scuotere le cose. Si tratta di famiglia normali di tutti i giorni che ognuno può riconoscere, senza la scusa dell'essere "marginali" o alla rassicurante distanza della borghesia: compongono una sorta di Antologia di Spoon River per il nuovo millennio, che parla sia alla periferia americana sia allo stato di benessere sociale europeo. Crediamo che la nostra storia possa trasmettere un senso di palpabile sofferenza. Non solo perché racconta la sofferenza, ma perché la incarna, ricorrendo alla più potente forma ancestrale, alla metafora per eccellenza: la favola. Il nostro film è come un racconto del terrore che mette in piazza i peggiori aspetti del capitalismo che non ci appartiene per cultura o tradizione ma con cui da (provinciali) cittadini del mondo dobbiamo in qualche modo fare i conti. Abbiamo dunque messo in piedi una storia complessa che si combina con una mise en scène sorprendente e spiazzante che, lontana dal realismo del nostro precedente film, La terra dell'abbastanza, trasfigura il presente in un linguaggio cinematografico senza tempo". "La storia di Favolacce - hanno aggiunto i registi - poteva venir fuori dalle pagine di autori come Updike, Vonnegut, Yates, Ibsen, o ancora più ovviamente dalle opere dei fratelli Grimm. Raffigura un mondo di sensazioni, colori luminosi e odori, ma che alla lunga brucia. E come in ogni favola che si rispetti ha un narratore che sottolinea e precisa gli eventi... un narratore beffardo a cui piace mescolare le carte, vedere ambiguità nel più normale dei gesti e rendere normale ciò che invece è inumano. Ogni film è sogno, dopotutto. Favolacce parla di un sogno infranto, quello di una generazione di giovani uomini e donne che immaginavano il loro futuro con un senso di speranza che si è dimostrato vano. E quello dei loro figli, che non vogliono andare da nessuna parte verso il loro stesso futuro".
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