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Ultima notte a Soho

Regia di Edgar Wright vedi scheda film

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La recensione su Ultima notte a Soho

di mck
7 stelle

MidNight in London.

 

 

Last Night in Soho” è un film doppiamente duplice: da una parte segna un punto fermo nell’assunto e in moto andante rispetto all’opera omnia in farsi del regista e sceneggiatore Edgar Wright dato che può essere considerato, con tutti i suoi coppoliani (“One from the Heart”) meriti e pregi (i primi 3/5) e i suoi argentiani (“Suspiria” e “Inferno”; e da questo PdV quel poco che di NWR c’era in “Baby Driver” qui traspare - "the Neon Demon" - pure troppo) limiti e difetti (gli ultimi 2/5), quale la conferma di un restart di carriera, e non solamente perché non vi compare - come del resto era già avvenuto con l’immediatamente precedente lavoro suddetto - alcuno degli attori storici che avevano recitato almeno un paio di volte per lui in passato, ma proprio per un “evidente” cambio, se pur parziale, di tematiche, divenute più “adulte”, mentre dall’altra è una produzione bipartita, tanto contenutisticamente quanto formalmente (anche se la sostanza e lo stile si riversano reciprocamente l’una nell’altro e viceversa), in due tronconi abbastanza “netti”, con la cesura identificabile nel terzo scontro (non più) mancato fra essere umano e taxi nero (black cab), ché da lì in poi (come già evidenziato: 3/5 prima e 2/5 dopo), il film abbandona il disegno di caratterizzazione ambientale e dei personaggi e si butta a capofitto nella naïveté: e non è questione di sospensione dell’incredulità chiamata in causa dalle argomentazioni fantasy, ma di più spicciole incongruenze e semplificazioni comportamentali dei personaggi e di messa in scena delle stesse (innervato ad esse, non è disprezzabile il lamento in cerca di giustizia, liberazione e pace post iusta mortem da parte delle anime dei puttanieri).

 


Poi, certo, loro: la neozelandese Thomasin McKenzie (“Leave No Trace”, “JoJo Rabbit”, “Old”, “the Power of the Dog”) e la cosmopolita Anya Taylor-Joy (“the VVitch: a New England FolkTale”, “Morgan”, “Split”, “MarrowBone”, “ThoroughBreds”, “Glass”, “Emma”, “the New Mutants”, “the Queen’s Gambit” e il prossimo “the NorthMan”). E loro accanto: Matt Smith [l’Undicesimo Dottore, nel senso di Who (“Chi?” - “Sì, Who!”), e poi “Womb”, “Charlie Says” e “His House”, oltre che nella schiatta Targaryen nel prossimo “House of the Dragon”], Diana Rigg (1938-2020, a cui il film è dedicato in esergo), indimenticabile e indimenticata Olenna Tyrell in “Game of Thrones”, Terence Stamp, l’Inglese per eccellenza (“Billy Budd”, “Modesty Blaise”, “Far from the Madding Crowd”, “Poor Cow”, “Teorema” e, per l’appunto, “the Limey”), Rita Tushingham (tra Free Cinema e Swinging London, rivista recentemente in “the Owners”, e qui ritaratasi, “anch’essa”, via dalla pazza folla, in the country), Synnøve Karlsen (‘sta Jocasta è da tener d’occhio), Michael Ajao e Sam Claflin (“the NightinGale”, “Enola Holmes”). 

 


La fotografia, che non si abbandona al neon saturo ma sa frequentare il naturalismo, è di Chung Chung-hoon, sodale di Park Chan-wook sin dai tempi di “Old Boy”, e qui alla prima collaborazione con Edgar Wright, mentre il montaggio è di Paul Machliss e le musiche originali sono di Steven Price, entrambi col regista da “Scott Pilgrim vs. the World”. Le musiche preesistenti spaziano dalla DownTown di Dolly Parton, per l’occasione cantata a cappella, in un momento che spezza il cuore già di per sé, senz'attendere il plot twist relativo a quella sottotrama, da Anya Taylor-Joy [che poco dopo scenderà una scalinata - con dissimile doppelgänger specchiato al fianco (a latere: il nome di battesimo di Thomasin McKenzie alla radice significa "gemello", e il personaggio protagonista interpretato da Taylor-Joy in "the Witch" si chiama Thomasin...) - come solo in “the Queen’s Gambit”], a Dusty Springfield, the Who, the Kinks, the Walker Brothers, Siouxsie and the Banshees…

 


Volevo solo aggiungere una penultima cosa, ovvero: calma, ragazzuole, anche meno, eh…     

 

Voto finale: ***½/¾ - 7.375 [primi 3/5 da **** (****¼), veramente scritti, diretti e interpretati con una forza narrativa invidiabile (e un prologo danzereccio sui titoli di testa con Thomasin McKenzie ch'è pura goduria), e ultimi 2/5 da (**¾) ***, nei quali, come già in “Baby Driver”, parte un po' troppo per la tangente].

MidNight in London.    

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