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Synchronic

Regia di Justin Benson, Aaron Moorhead vedi scheda film

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La recensione su Synchronic

di mck
8 stelle

Il fugace presente - la frizione tra passato e futuro - è un miracolo. (Un'illusione tenace.)

 

 

La puntina che legge o quella che scrive.
Roccia e scalpello. Mano ed occhio.
“Al(l)Ways.”

 

Inizia fuori fuoco, focalizzandosi su due mani intrecciate, "Synchronic". E termina con due mani giunte in una stretta: una svanisce, l'altra resta.

 


Sfruttando lo stesso costantemente mutevole e perennemente in atto vuoto legislativo legato alla lista delle molecole e delle sostanze chimiche alla base dei nootropi illegali di continuo sintetizzate artificialmente che vengono poi, per forza di cose una volta già immesse e presenti sul mercato clandestino, scoperte e riconosciute dai vari poteri legislativi per poter esercitare quello esecutivo con la prevenzione e la repressione e che già era alla base della saga/trilogia di “Smetto Quando Voglio” di Sidney Sibilia, e innestandolo sul, e cito, “junkie paramedic cliché” (e come non riandare con la memoria e la mente al caposaldo del “genere”, l’imprescindibile capolavoro scorsesiano di fine secolo scorso “Bringing Out the Dead”), la coppia artistica formata dai registi, produttori e (qui con Michael Felker) montatori Justin Benson e Aaron Moorhead - il primo sceneggiatore e il secondo direttore della fotografia - continua - con l’eccezione costituita dalla discreta trasferta pugliese di “Spring” - il suo viaggio attraverso le dislocazioni spazio-temporali sulla falsariga (ma i due universi - con le loro consuetudini, regole e leggi - appaiono “ben” distinti) dell’ottimo dittico composto da “Resolution” e “the Endless”, anche se il punto di riferimento princip(al)e è “A Scanner Darkly” (un Oscuro Scrutare, poi rotoscopizzato da Richard Linklater), il capolavoro "drogato & lucidissimo" di Philip K. Dick del 1977, con alcuni, ulteriori ed ineludibili punti di convergenza, sovrapposizione e contatto tecnico-formali e contenutistico-stilistici identificabili in A Ghost Story” di David Lowery, e, di conseguenza reciproco-derivativa-insorgente, col Robert Crumb di "A Short History of America" del 1979 e soprattutto col Richard McGuire di quell'autentico capolavoro ch'è "Here" del 1989↔2014: dove oggi sorge un appartamento, decenni fa v'era una casupola più piccola eretta ed abitata da gente modesta, onesta e lavoratrice che considerava i neri esseri inferiori da schiavizzare, secoli fa vegetava rigogliosa una foresta allagata e selvaggia, millenni fa pascolavano i mammuth nelle nevi perenni di un'era glaciale, e ancora più in là, deserti, e via di questo passo... Ed un pensiero, in fine, all’epigenetica ipotesi di Sapir-Whorf sul condizionamento dello sviluppo cognitivo di un essere vivente e le conseguenti capacità acquisite in base al linguaggio utilizzato (interdipendenza performativa) già presente in “Arrival” di Villeneuve tratto da “Story of Your Life” di Ted Chiang e più aleatoriamente/collateralmente, come qui, del resto, nel recente e coevo “Fendas” di Carlos Segundo.

 

 

Molto buono il cast: il protagonista Anthony Mackie (il paramedico viveur/gigolò), il deuteragonista Jamie Dornan (il paramedico sposato con figli), le due co-protag. Ally Ioannides e Katie Aselton (la figlia e la moglie del paramedico accasato), il personaggio secondario Ramiz Monsef (il dottore) e le comparsate allucinate di Bill Oberst (il poliziotto) e Carl Palmer (il sudista-saccheggiatore), senza dimenticare quelle dell’uomo mascherato da scheletro e del conquistador impaludato…

Molto belle le musiche di Jimmy LaValle (e Jason Shaw).

 


“La distinzione che separa passato, presente e futuro, per noi credenti [nella fisica], non è che un'illusione, per quanto ostinatamente tenace e persistente.” - Albert Einstein, da una lettera (la post-ultima di un lungo carteggio) scritta alla sorella [che nel film diventa la moglie] dell'ingegnere italo-svizzero Michele Besso, suo grande amico e "collega", poco dopo la morte di quest’ultimo, nella primavera del 1955, e poco prima della propria.


 

Una certa coerenza interna relativamente alle suddette regole scoperte man mano che la storia procede venendo scritta dagli autori e vissuta dagli spettatori è messa in atto e rispettata, poi, ovviamente, qualche errore fuori canone riguardo allo schema dei criteri e dei dettami stilati emerge e le impossibilità più generali si sprecano: dal come abbia fatto il corpo dell’uomo in ascensore a ritornare al qui ed ora senza poter raggiungere - non essendo dotato di ali e di ossa cave, né di catapulta o di jet-pack - il punto preciso ad altezza palazzo dal quale è emerso, passando per il “suicidio” dell’inventore del Synchronic (gancio per un side-quel?), e giungendo alla questione del viaggiare attraverso lo S-T portando con sé oggetti inanimati ed esseri viventi semplicemente toccandoli, vale a dire: perché contenere protesi, indossare vestiti e abbracciare un cane equivale a teletrasportarli con sé e sedere su un divano non comporta lo stesso risultato applicato al mobile d’arredo, che lì rimane in vece di sbucare in un altro-quando?

 


Non si profilano incongruenze, invece, a proposito del fatto - non eludibile - che in tema di viaggi spazio-temporali bisogna sempre considerare la costante espansione metrica (FLRW) dello spazio al variare del tempo, ovvero che, su scala umana e non sub-atomica, il pianeta Terra si sposta costantemente nello spazio locale e in relazione a tutto quanto il resto: ruota sul proprio asse polare una volta al giorno (definendolo), compie una rivoluzione attorno al Sole una volta l’anno (definendolo), si sposta col Sistema Solare, contenuto nel Braccio di Orione, all’interno della Via Lattea (che ruota a sua volta: la Terra – con la propria stella madre nello splendore della sua sequenza principale e tutti i suoi pianeti rocciosi e gassosi allegati, con tanto di lune, asteroidi e comete - compie un giro completo attorno al nucleo galattico in circa 200 milioni di anni alla velocità di poco meno di 1 milione di km/h), traslando in direzione della costellazione di Ercole (a circa 70.000 km/h), mentre l’intero stesso universo si espande (redshift e moto di recessione galattico), per un totale spannometrico di circa 2.600.000 chilometri all’ora.

             

 

Ed ecco perché è corretta la definizione di “viaggio” attraverso lo spazio-tempo: perché se ci si muovesse solo attraverso il tempo ci si verrebbe a trovare, sbucando dall’altra parte una volta compiuta la dislocazione, con tutta probabilità esposti al vuoto sconfinato dello spazio interplanetario/stellare/galattico o, meno probabilmente, all’interno di un pianeta, di una stella o di un buco nero, e invece viaggiando (quadrangolazione) lungo il tempo si ripercorre anche lo spazio che la materia ha percorso/creato (o percorrerà/creerà, se ci si rivolge verso il futuro come destinazione… con tutta una serie di altri problemi da risolvere, in questo caso). Per quanto concerne invece la dislocazione istantanea nello spazio, beh, rivolgersi al Principio di Non-Località (per un’infarinatura divulgativa dura e pura: “Inquietanti Azioni a Distanza” di George Musser del 2015, tradotto un paio d’anni fa per i tipi di Adelphi).

 


Il fugace presente - la frizione tra passato e futuro - è un miracolo. (Un'illusione tenace.)

 

* * * ¾  

 

PS. Giustamente, FilmTV.it, trattandosi di un film sui viaggi attraverso il tempo e lo spazio, si adegua…

 

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