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Il Pap'occhio

Regia di Renzo Arbore vedi scheda film

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La recensione su Il Pap'occhio

di LorCio
8 stelle

Renzo Arbore, l’ultimo nobile guitto e il più importante capo banda del dopoguerra italiano, ha creato assieme al suo gruppo di spiantati artisti da favola rosa-nera una realtà parallela in cui l’assurdo diventa plausibile e il convenzionale e conformista trash si trasforma in una raffinata genialata popolare. Il terreno prediletto della compagnia dell’arguto Arbore è decisamente quello televisivo, e non è un caso che alcuni tra i migliori programmi degli ultimi quarant’anni siano suoi. Basta pensare a L’altra domenica, Quelli della notte, Indietro Tutta, programma che non si sono limitati allo schermo televisivo, ma che sono andati talmente oltre da divenire fenomeni di costume insensibili al trascorrere del tempo. E così ancora per secoli celebreremo la surreale entità di personaggi come l’assistente americano e le Sorelle Bandiera, il bravo presentatore e il critico cinematografico e via discorrendo, così come ricorderemo a vita motivetti come Ma la notte no o Sì la vita è tutto un quiz fino all’immortale Cacao meravigliao. Un curioso come Arbore non poteva non approdare anche sul grande schermo e con un film assolutamente fuori da ogni schema. Per certi versi addirittura un film maledetto nella sua assurda linearità etica. Il pap’occhio è stato decisamente un flop, ha avuto parecchie vite, ma è il più clamoroso film pop e forse involontariamente pulp del cinema italiano. È raro trovare un altro film in cui convivono con così astuta forza in un equilibrio precario eppure unico trovate goliardiche e sottostimate vivacità intellettuali (l’osservazione della medianicità del Vaticano sotto Wojtyla non è una semplice critica, ma un’acuta analisi).

 

È un film totalmente imperfetto, con un capo e una coda ma che vanno per fatti propri, ma talmente scatenato, blasfemo, volgare, dissacrante da far passare in secondo piano l’aspetto tecnico per privilegiare quello burlesco e boccaccesco. Le invenzioni in campo sono tante e non sempre si trattengono le demenziali risate: le Sorelle Bandiera (personaggi ormai entrati nel Mito) accreditate come “soubrettes, vedettes e co-cozzes” al cospetto del machiavellico Cardinale Richelieu; il Dio del Giudizio Universale michelangiolesco la cui mano si trasforma in un pugno chiuso di comunista matrice; l’ignoranza di Arbore portata ad eccessi cosmici, personificazione della commercializzazione di ogni cosa, e vago anticipo del berlusconismo triviale e d’antan; la fantastica Ultima Cena con tutti i figuri arboriani nei panni degli apostoli (tra cui il tormentato Benigni come Giuda) e lo stesso Arbore nelle vesti modestissime di Gesù; il cesso musicale degli americani (l’America, e più specialmente gli americani, sono il punto riferimento essenziale della poetica arboriana totale); la citazione dell’Io ti salverò hitchcockiano con Ingrid Bergman da parte della figlia d’arte Isabella Rossellini; la condizione di popstar del Papa; il coro nero di Annunciation e Consolation; la sfera felliniana che distrugge tutto (con palese citazione filmica da Prova d’orchestra); l’orto dei Jazzemani (risata) in cui si consuma il tradimento di Benigni; fino a Luciano De Crescenzo nei panni di Dio. Cammei di Mariangela Melato, Ruggero Orlando, Milly Carlucci e perfino di Martin Scorsese, tutti più o meno simpatizzanti della squinternata e folle banda di Arbore. Un film più colto di quanto possa apparire, geniale nella sua architettura scriteriata eppure limpidissima, troppo intelligente per questo nostro tempo imbecille. Tra l’altro ha un pregio rarissimo: non si prende mai sul serio, manco per un attimo. Amen.

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