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Ee. Ma. Yau

Regia di Lijo Jose Pellissery vedi scheda film

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La recensione su Ee. Ma. Yau

di OGM
7 stelle

Vavachan è morto. Ma la vera tragedia è organizzare il suo funerale.

Caos. L’intreccio raffinato e grezzo che separa il desiderio dalla realtà. L’intrico spinoso e contorto in cui la volontà si addentra, e rimane impigliata, nel tentativo di superare quella contraddizione, mettendo pace tra l’anima e il mondo. L’amore, l’onore, la pressione sociale sono aggravanti del conflitto, capaci di tramutare una nobile lotta in un ignominioso tormento. Tutto, in questa storia, inizia dalla fine. Dal naturale termine della vita, che si ripete, inevitabilmente, migliaia di volte al giorno. Un anziano padre muore. In quel momento era allegro e scherzava, ma, soprattutto, aveva appena bevuto. Troppo, come suo solito. Nel bel mezzo di una recita comica, stramazza al suolo battendo la testa. L’urlo della moglie inaugura un nuovo capitolo, quello in cui ogni cosa è cambiata, e il seguito del racconto è ancora da inventare. L’imprevedibilità è il lato drammatico della commedia. La corsa ad ostacoli verso un obiettivo impossibile –  far tacere le malelingue ed organizzare un funerale da favola – è, per il figlio Eeshi, l’avventura scomposta che, pur traboccante di paradossi, non fa per nulla ridere. Il pittoresco ritratto corale, della gente del villaggio indiano accorsa a vedere il defunto, steso esanime sul pavimento della casa, è una ruvida cornice di carne dentro la quale il protagonista si muove come in mezzo a un cespuglio di rovi. Ogni movimento è una dissonanza potenzialmente esilarante, ma la cui vera voce è uno straziante acuto di dolore. L’ambientazione rurale, dispersiva e selvaggia come una campagna vergine, umida e ombrosa come un lido di pescatori, offre ai sogni romantici una superficie viscida e polverosa come il fango. La temeraria determinazione di Eeshi vi affonda poco alla volta: il suo destino diviene donchisciottesco a suon di inciampi, di passi costretti a fermarsi o deviare, fino a rimanere bloccati, per sempre, in una pozza di sabbie mobili. La gente, intanto, non si limita a stare a guardare. Lo farà solo all’ultimo minuto, quando lo spettacolo avrà raggiunto il suo culmine, e Eeshi, solo al centro della scena,  con la sua infinita disperazione, avrà assorbito in sé tutta l’energia. Il disordine, in cui subito degrada il primitivo clamore della folla di fronte agli eventi di ordinaria sensazione, è un rumore diffuso in cui si disperde, frangendosi su una giungla di pareti spigolose, la temibile onda di una potenziale follia. I vari episodi di comune nonsense, tipici effetti della concitazione condivisa,  fanno da paraurti al delirio, che si frammenta in schegge di innocua insipienza. Questa è la faccia confortante del realismo popolare, in cui l’unione, anziché fare la forza, è un salutare meccanismo depotenziante. Questo film non viene meno al doveroso compito di mostrarne dettagliatamente gli sviluppi, con tutti i risvolti psicologici, le sfumature umane, le coloriture culturali. Nel contempo, in maniera impercettibile, ne riorganizza sapientemente i flussi,  preparando la formazione del turbine finale. La partecipazione al generale caos si converte così in una inconsapevole complicità nella condanna del solitario eroe. La comunità degli amici, parenti e perfetti estranei lo circonda, vivace e incosciente, fino a  stringerlo in un vortice di esaltazione. La mancata catarsi è un fragoroso botto da fiera, sparato disastrosamente verso il cielo: la reazione esplosiva ad una somma esorbitante di azioni, anche compiute in buona fede, ma che hanno il fatale difetto di puntare, a casaccio, in mille direzioni diverse.  

 

scena

Ee. Ma. Yau (2018): scena

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