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Chiara Ferragni: Unposted

Regia di Elisa Amoruso vedi scheda film

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La recensione su Chiara Ferragni: Unposted

di EightAndHalf
6 stelle

Elisa Amoruso si era già distinta in passato con Fuoristrada, delicato documentario - in effetti un po' troppo inoffensivo - su una coppia composta da una donna e un transgender, raccontato attraverso un'adesione attenta e scrupolosa alla vita dei due protagonisti. Che quindi la Amoruso si presti al "doc individuale", quasi in risposta alla mania biopic, non ci deve stupire. Così come non deve stupirci la scelta di girare un film su Chiara Ferragni, uno dei fenomeni mediatici più rilevanti e fondamentali degli ultimi tempi. Ma già appena annunciato il titolo scoppiano puntuali le polemiche, per lo più sul fronte del tribunale mediatico e "social"-mediatico, a proposito della presentazione del film nella sezione Sconfini di Venezia 76: sulla base di questi commenti non servirebbe uno spottone sulla vita di un'influencer, sottolineando influencer come evidente dispregiativo. Nell'incapacità totale di capire che è un fenomeno e in quanto fenomeno esiste e va contestualizzato, dunque più in generale affrontato.

Il film si presenta come un lunghissimo spottone pubblicitario che celebra la donna Ferragni in quanto donna fatta da sola, forte e intraprendente, in grado di affrontare un mondo attuale maschilista, prevenuto e cinico. Il doc esplora il percorso della donna Ferragni e della lavoratrice Ferragni con flash di immagini e riprese di repertorio che si susseguono alla velocità di storie di Instagram, scandendo un ritmo che il film allenta solo raramente per abbreviabili divagazioni melense sulla forza d'animo della nostra protagonista. Ma per quasi la totalità della durata del doc riusciamo ad entrare in un mondo (che faremmo fatica a definire "reale", in quanto sempre più confuso con il virtuale) in cui la percezione anche emotiva dell'essere umano del nuovo millennio è cambiata. Come e cosa vuole l'individuo medio in un'epoca di liquidità mediatica, narrativa e storica? 

Chiara Ferragni fa proprio questo lavoro: studia cosa piace, e si trasforma in quella cosa. Cos'altro è se non un lavoro, un servizio per il pubblico? Semplicemente è nuovo, e rappresenta un'incognita per tutti. Il doc discute esplicitamente di "storytelling dei social media" e di "nuova etica virtuale" per ammonire lo spettatore che quello che stiamo vedendo è un mondo in inevitabile trasformazione, un mondo che Chiara Ferragni è riuscita a plasmare creando un nuovo bisogno pubblico e soddisfacendolo.

Eppure l'indignazione dell'italiano medio sta a monte: perché si dovrebbe fare un film su un'influencer? Per lo stesso motivo per cui si fa un doc su qualsiasi cantante rock celebrato anche per discutibili doti artistiche: perché è analisi del fenomeno, è messa a punto di meccanismi collettivi che non si possono ignorare. Può a buon ragione far venire più di un dubbio l'ingenuità di molti momenti del film della Amoruso, dalle celebrazioni quasi beatificatrici fino a frasi che suonano come terribili luoghi comuni ("se vuoi farcela, ce la puoi fare anche tu" e giù di lì). Eppure, le immagini da videoclip (sorprendentemente malickiane) mixate alle immagini di repertorio e alle animazioni esplicative del lavoro della Ferragni rendono proprio conto di questa trasformazione della "percezione emozionale" dell'italiano/a del terzo millennio, o almeno di questo ultimo decennio appena trascorso. Quindi perché non guardare il doc per quello che offre, cioè per il suo spaccato sui generis di un presente che merita più di una semplice etichetta denigratoria? Per di più se, come effettivamente avviene, le scelte etiche della Ferragni (affiancata ovviamente dall'immancabile Fedez) sono affrontate con una cura problematica non indifferente. I due infatti scelgono la strada della "esibizione" come parte del loro lavoro e del loro personaggio - come in realtà fatto da tante altre personalità della storia, sempre scomode per le loro epoche - e come conseguenza sensata di una scelta di lavoro particolare come quella di fare quello che fanno.

Quindi, una volta accettato che il film è inevitabilmente un'ennesima "storia di Instagram", con pose glitter e lustrini, perché come già detto non vederlo appunto per quello che è, cioè specchio effettivo del presente?

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