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Rifkin's Festival

Regia di Woody Allen vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Rifkin's Festival

di obyone
7 stelle

 

Wallace Shawn, Gina Gershon

Rifkin's Festival (2020): Wallace Shawn, Gina Gershon

 

Lo star system ha condannato Woody Allen per opportunità. E lui s'è tolto qualche sassolino dalla scarpa nell'unico modo possibile ovvero il lavoro, quel lavoro ormai poco remunerativo che ha spinto le Major e le nuove potenze dello streaming a disfarsi del maestro come fosse una scarpa vecchia... classica ed elegante, certo, ma non più alla moda. Se Woody Allen avesse catalizzato maggiori interessi economici, se avesse garantito agli investitori milioni di dollari di ritorno non ci sarebbe stato l'ostracismo degli ultimi anni alimentato dalla famiglia. Le Major, vecchie o nuove, avrebbero difeso il loro campione d'incassi e le questioni riguardanti il suo passato, che si ritenevano chiuse da decadi, non sarebbero riaffiorate, alimentate dei venti arroventati del presente. Woody Allen, con il suo umorismo tagliente e raffinato ha continuato, imperterrito, nel suo lavoro di scrittura ed ha servito il piatto della vendetta con un film prodotto in cattività, in quel vecchio continente che ha sfornato in passato i capolavori che l'hanno formato come autore. 

"Rifkin's Festival", 48° lavoro solista di Woody Allen, che iniziò nel 1966 con l'esperimento "What's up tiger, Lily? ", è l'arringa cinematografia con cui il regista ha preso, definitivamente, le distanze dal tribunale hollywoodiano e dal sistema cinematografico che l'ha emarginato. 

Abbandonato da molti attori che hanno recitato il mea culpa, con inspiegabile ritardo, mostrando di aver recepito l'opportunismo del politically correct (Kate Winslet, Rebecca Hall, Drew Barrymore, Timothée Chalamet etc) Allen ha raccolto attorno al suo film una squadra capitanata, per prestigio, dal due volte premio Oscar Christoph Waltz, e costituita, inoltre, da Gina Gershon e dagli europei Louis Garrel, Sergi López ed Elena Anaya. 

Wallace Shawn, voce nota dei cartoon e volto caratteristico della tv, già alle dipendenze di Allen in passato, ha vestito i panni del protagonista/alter ego del regista, lasciando da parte, almeno per una volta, i ruoli da comprimario.

 

Wallace Shawn, Louis Garrel, Gina Gershon

Rifkin's Festival (2020): Wallace Shawn, Louis Garrel, Gina Gershon

 

Mort Rifkin, ex professore di cinematografia e scrittore eternamente insoddisfatto, aveva passato la vita a parlare dei grandi autori europei (Fellini, Antonioni, Bergman, Bunuel) e non si era mai scrollato di dosso l'idea che i migliori studenti, quelli in cui brillava la scintilla del talento, avrebbero scelto quei grandi registi come riferimento.

Rifkin, finito a San Sebastian, durante il festival cinematografico, per seguire la moglie che a sua volta inseguiva, per lavoro, Philippe German, regista francese in grande ascesa, non riusciva a capacitarsi del successo di un giovane regista europeo che traeva ispirazione da John Ford e John Huston!! Com'era possibile che un'artista europeo volgesse il proprio sguardo oltre oceano per realizzare i propri film? Come si poteva assurgere il cinema americano a modello se si poteva disporre in Europa della Nouvelle Vague? L'etichetta del cinema d'assai non apparteneva ai lavori di Philippe, ne era sicuro. Il suo era un cinema furbo e attraente, buono per far soldi, non certo per rivestirsi di immortalità. Il suo prodotto era scaltro e confezionato per sembrare "cinephile", tutto lì.

Philippe era stato fin troppo bravo ad intortare critici e pubblico, sicuramente lo era stato con Sue, che frastornata dal fuoco del giovane regista stava per lasciare Mort alle sue lagne, ai suoi discorsi barbosi sulla vita, al suo lavoro inconcludente, alla sua idolatria per Godard e Truffaut.

 

Elena Anaya, Wallace Shawn

Rifkin's Festival (2020): Elena Anaya, Wallace Shawn

 

In questa arringa, in questa sentenza senza appello, in questo fine gioco al massacro in cui Allen ha riprodotto, riviste a proprio uso e consumo, sequenze iconiche dei film più amati, il disprezzo dello star system verso l'atto creativo si è rivelato nell'algido bianco e nero di Vittorio Storaro che ha desaturato la figura di Rifkin, vilipeso, come uomo e come artista, dall'ex fidanzata, dalla famiglia, dalle autorità religiose, dalla maestra che ne criticava la tempra letteraria. Abbiamo ritrovato in "Rifkin's Festival" i temi cari della lunga carriera di Allen: l'ipocondria dell'uomo claudicante al cospetto della morte, l'(e)assenza di Dio, la precarietà dei rapporti amorosi, l'ossessione per il fallimento, l'impossibilità di raggiungere la perfezione che concede l'immortalità (artistica).

Nel film in cui Allen ha sancito la fallibilità dello scrittore che scarabocchia, strappa i fogli inzuppati di inchiostro e accartoccia le pagine, incapace di creare e sintetizzare il proprio pensiero, credo sia stata sancita la superiorità della figura dello "scrittore" rispetto a quelle del "regista" e del "comico" con cui è più usuale identificare Woody Allen. Un'idea che era già stata abbozzata in "Un giorno di pioggia a New York" dove il maestro della commedia aveva strizzato l'occhio allo sceneggiatore in crisi di idee, depresso e logorato dal successo di registi e attori privi di talento. Un personaggio, quello interpretato da Jude Law, che mostrava le stimmate del suo creatore, più di ogni altro, e su cui Allen ha riversato tutta la riconoscenza per la "figura" artefice del suo successo cinematografico. 

 

Wallace Shawn

Rifkin's Festival (2020): Wallace Shawn

 

Se da un lato Allen ha scelto di mostrare la cattiveria di chi non ha creduto nel suo lavoro dall'altra ha sfoderato la saggezza scaturita dall'abitudine alla psicanalisi e dall'incombenza della morte. Ciò ha prodotto una serie di considerazioni interessanti, se non proprio sorprendenti, sull'amore, sull'atto creativo, sulla morte.

L'amore va vissuto senza rimpianti, finché dura. Un'idea già elaborata in uno dei film più riusciti degli ultimi anni ovvero "Basta che funzioni", qui ripresa nel racconto di un matrimonio perfetto ormai alla frutta, e di un rapporto imperfetto, quello tra la Jo e Paco, zoppicante ma funzionale.

La creazione è un flusso che fecondaa l'ego. La creazione è più importante del risultato, la fissazione nel rincorrere ll capolavoro sterilizza ogni flusso di idee. Di conseguenza l'ego ne risente, annichilito da un processo castrante quanto inutile. Insomma "Basta scrivere" perché tutto funzioni. Lo stesso Dio, non s'è forse gettato a capofitto nell'arduo compito di scrivere le pagine del creato? Milioni di anni di cambiamenti sono le pagine accartocciate e poi buttare nel cestino per un'opera che non è stata scritta ancora per intero. Può ritenersi perfetta l'opera di Dio? Avete mai pensato, guardandovi in giro, che il creatore avrebbe ottenuto miglior risultato dedicando più tempo al progetto creativo? Di fronte ad una simile domanda Allen argomenterebbe, forse, che il riposo del settimo giorno sia fuori luogo. Io, obietterei che avrebbe potuto fare gli straordinari il lunedì successivo. Eppure nell'imperfezione del risultato Dio ha creato. L'artista è come Dio e l'arte è come il creato. E, nonostante il dogma dell'assenza di Dio sia principio insindacabile della visione alleniana, non ho potuto fare a meno di notare l'ironica somiglianza tra il creatore e la più irriverente delle sue (non) creature che deve scegliere se dare più spazio alla perfezione che alla creazione.

Nella parte finale del film il discorso si sposta sulla morte che accompagna l'umanità nel suo percorso di vita. La morte, per una volta, non è il nemico a cui l'uomo soccombe inevitabilmente. La morte di Allen dispensa amichevoli consigli sull'eccesso di grassi, sulla vita sana che allunga la nostra permanenza nel mondo. Nemmeno la morte, in fondo, ci vuole, non prima del necessario. Ma quando arriva ci vorrebbe preparati, senza rimpianti, con i cassetti pieni di pagine scritte. È quello il nostro obiettivo. Potremo andarcene soddisfatti solo se avremo i cassetti ricolmi.

Rifkin's Festival, in conclusione, vi farà innamorare di San Sebastian, vi terrà compagnia per un po' snocciolando massime sull'esistenza, riverserà su di voi tutto l'amore per Lelouch e Orson Welles e... si, vi mostrerà anche qualche difetto di fabbrica, qualche sequenza di troppo, qualche ironia fuori luogo... perché Rifkin's Festival è una di quelle pagine scritte a penna, accartocciate con disappunto, gettate nella spazzatura nell'ora del disprezzo, riprese nel tempo della calma, nuovamente stese sul tavolo affinché una penna possa ancora appoggiarvi la punta e spargere sopra l'inchiostro della genesi.

 

Cinema Teatro Santo Spirito - Ferrara

 

Gina Gershon, Louis Garrel

Rifkin's Festival (2020): Gina Gershon, Louis Garrel

 

 

 

 

 

 

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