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Tenet

Regia di Christopher Nolan vedi scheda film

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La recensione su Tenet

di rickdeckard
7 stelle

Un spettacolo audiovisivo di infallibile presa, maestoso e roboante, che riflette una volta di più sul tempo come convenzionale linea direttrice per orientarsi nello spazio e sul peso che le nostre azioni hanno nella vita delle generazioni future. E' Tenet, il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan. Voto 7

Si è detto di tutto sulla mastodontica portata di un’operazione come Tenet, ultima fatica dell’ormai affermatissimo cineasta britannico Christopher Nolan: si tratta, infatti, della prima grande (anzi, grandissima) produzione approdata in sala dopo la lunga battuta d’arresto dovuta alla pandemia del COVID-19, una pellicola per la cui realizzazione sono stati investiti 205 milioni di dollari (il budget più alto nella carriera del regista), a cui ha lavorato una troupe di circa 250 persone e che è stata girata in pellicola IMAX con un set diviso tra 7 location diverse sparse per tutto il mondo. Ma soprattutto Tenet è il nuovo attesissimo film di Christopher Nolan, un autore certamente sulla cresta dell’onda da più di un decennio che, allo stato attuale, risulta essere uno dei nomi più adatti (se non il più adatto in assoluto) per riportare le persone in sala, ideale anello di congiunzione tra il grande pubblico e una più ristretta schiera di cinefili. E questa sua undicesima pellicola è probabilmente anche la più ambiziosa, quella che eleva all’ennesima potenza l’idea di cinema del suo autore, un cinema inteso come maestoso spettacolo audiovisivo attorno a cui si sviluppano le tematiche ricorrenti di una precisa visione autoriale. Affidandosi sempre a una struttura narrativa non lineare e cervellotica, Nolan con Tenet porta all’estremo la sua riflessione sul tempo inteso come semplice convenzione che utilizziamo per orientarci all’interno dello spazio circostante, un’affidabile linea direttrice che se stravolta o invertita può far crollare tutte le nostre certezze e i nostri punti di riferimento riguardo a passato, presente e futuro (sempre che tali coordinate esistano davvero). I personaggi del film, tanto criticati per la loro indiscutibile scarsa caratterizzazione, svolgono un ruolo ben preciso nell’economia complessiva del racconto: altro non sono infatti che semplici pedine imprigionate in un gigantesco meccanismo che non riescono a controllare, di cui sono consapevoli di fare parte ma di cui non conoscono né le cause né gli effetti (altro concetto molto relativo). Persino il villain interpretato da Kenneth Branagh, pur essendo inquadrato all’inizio come un uomo potentissimo che ama giocare a fare Dio, risulta con il passare dei minuti un semplice ometto tirannico e profondamente cattivo le cui armi si rivolteranno ben presto contro di lui. Ed è proprio in questo personaggio che risiede uno dei fulcri del film: infatti il suo cognome, Sator, si ricollega all’omonimo quadrato palindromo latino (a cui Nolan si è ispirato), e sta a significare metaforicamente “padre, creatore”; un termine che in questo caso assume un’accezione negativa, ovvero di colui che, mosso unicamente dai propri interessi, contribuisce in maniera fondamentale ad avviare il mondo sull’orlo del collasso, e lasciando tutte le conseguenze dei suoi errori in eredità alle generazioni future. E Tenet, se pur in maniera piuttosto velata, riflette anche sul peso che le nostre azioni hanno nei riguardi di chi vivrà dopo di noi (e chissà, forse anche di chi è vissuto prima di noi). Tornando al lavoro svolto sui personaggi, si può affermare che, se la scelta di privarli di un vero e proprio background risulta coerente e consapevole da parte del regista, bisogna d’altra parte ammettere che difficilmente il coinvolgimento emotivo è dovuto all’approfondimento psicologico di questi ultimi, in alcuni casi estremamente povero (si pensi al Protagonista o alla sua fidata spalla). Una mancanza che è in parte compensata dalle ottime prove attoriali di tutto il cast, a partire da un carismatico John David Washington, affiancato dall’altrettanto impeccabile Robert Pattinson, passando per la sorprendente Elizabeth Debicki e l’impagabile Michael Caine, per concludere con lo stesso Branagh, forse il migliore del quintetto nel dare carattere e spessore al proprio personaggio. I problemi di scrittura, purtroppo, non si esauriscono qui, dato che spesso ci troviamo di fronte a una sceneggiatura che, nella sua sfrenata ambizione, rischia a tratti di collassare su sé stessa a causa di soluzioni narrative incoerenti con l’impianto tematico e talvolta poco originali (soprattutto se paragonate agli sviluppi narrativi dei migliori film di Nolan). Ciò che però lascia più interdetti è il convulso e frenetico montaggio che, specialmente nella prima parte, nel tentativo di sovrapporre i vari piani temporali rende la pellicola piuttosto confusa, ingarbugliata, priva di respiro, impedendo allo spettatore di immergersi nella vicenda. Quello che però il film perde in solidità e compattezza dal punto di vista narrativo lo recupera ampiamente grazie a una messa in scena dinamica e roboante, che punta decisamente in alto l’asticella e mantiene le promesse nelle strabilianti scene d’azione, in cui (a parte in qualche rara eccezione) spettacolarità e perizia tecnica vanno di pari passo. Un valore aggiunto da non sottovalutare che, in uno dei periodi più critici che l’industria abbia mai vissuto, può fungere da espediente per riavvicinare il pubblico alla sala cinematografica e al piacere dell’esperienza collettiva; se poi si riesce anche ad accendere il cervello e a comprendere il senso di un’operazione come Tenet, si può constatare che ci si trova davanti a un prodotto certamente imperfetto, ma tutt’altro che vacuo o fine a sé stesso.

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