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Gli anni più belli

Regia di Gabriele Muccino vedi scheda film

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La recensione su Gli anni più belli

di M Valdemar
3 stelle

 

locandina

Gli anni più belli (2020): locandina

 

 

 

C’eravamo tanto muccinati.


Svalvolate (re)visioni mucciniane.
Di lazzi, intrallazzi e amorazzi: la summa della sfiatata, sfiancante poetica mucciniana (paura, eh?).
Di isterismi, grida, risse verbali e verbose: e irrefrenabile giunge il desiderio di tuffarsi a corpo morto dentro una lercia latrina. O di sfracellarsi contro una vetrata.
Di momenti improvvisamente, magicamente, ridicolevolissimevolmente gai: no, dai, il povero uccellino schiantato contro la finestra chiusa dopo che l’amata è costretta ad abbandonare il pennellone no, buahahahaha! Ma che davero??
Di sentimenti e sentimentalismi e romanticismi e romanismi d’accatto, d’ammorbante persistenza (nelle acque stagnanti di un repertorio ahinoi noto, notissimo) sino alla molestia. La parola “fine” è quella della liberazione dell’ostaggio dopo il pagamento del riscatto.
Di caratteri definiti con lo scalpello del tizio che si crede artista maledetto-incompreso-genio ma che è solo un tizio che ha saputo coltivare il suo orticello di influenze.
Tu chiamale, se vuoi, cineflatulenze.
Di abbaglianti, abbacinanti, sbollentanti baglionismi.
Urlati. Ai quattro venti, ai quattromila eventi promozionali audio-televisivi (manco al cesso si può stare quieti), ai quattro che resistono ai titoli di coda fino alla fine.
Forse sono dipartiti.
Muccinati, muccimorti.
Di Emme Marroni ammarate con (nient’affatto) sorprendente agio ai toni stracciamarroni imperanti (vabbè, è giusto un argomento di conversazione in più nei salotti dello showbiz de noantri, ma vuoi mettere la soddisfazione?).
(me lo immagino, l’onanistico ghigno dell’autore …)
Di trovate che non trovate siano una tranvata dritta nei denti? Sì, tipo i tipi che parlano in camera, così, a cazzo. Ma che cazzo, su. Ribrezzo.
Di performance attoriali che, ebbene, sì, ti scartavetrano le pareti neuronale e anale con chirurgica, gravida, perfida precisione: Santamaria il “sopravvissuto” (al parrucco da denuncia alla corte dei diritti dell’uomo), Rossi Stuart l’intellettuale sfigato e cornuto, Favino il berlusconiano che si è fatto da sé, Ramazzotti la zoccola coatta di buon cuore. Letali.
Ah, ve prego (luridi dei del cinema): l’accoppiata Muccino-Ramazzotti mai più. La xylella fa meno danni.
Di storie amicali lunghe quarant’anni che abbracciano il nostalgico letargico giovanilismo mucciniano, i trentenni in crisi, i quarantenni in crisi, i cinquantenni in crisi. Prossimo passo: i cimiteri in crisi.
Di randomici accenni bignamici sul Paese che cambia, così, per darsi un tono da intellettuale che ne sa e ne sa dire, eh, in filigrana. Solo che la valuta è fasulla.
Di canzonette urlate a squarciagola: l’orrore, l’orrore (che poi, è tutto sempre fintissimo da un chilometro e mezzo).
Di movimenti ariosi-stretti-fuffosi della mdp, carrelli, giravolte, svolazzi, primi piani, campi e controcampi e contropiedi telefonati: uè, so’ il regista, esisto, ho girato in America, fate caso alla forma! (di caciotta flaccida-rancida pure se è di plastica).
Di cose remakkose: da Scola a Risi che bell’omaggio al cinema italiano. Un omaggio di merda.

Di due ore e dieci di muggenti muccinismi che trovano (incredibile) riscontro positivo in (molti) critici esaltanti: esalato l’ultimo afflato di libero pensiero critico …

 

 

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