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No Time to Die

Regia di Cary Fukunaga vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su No Time to Die

di Brett
9 stelle

Finisce l'era Craig nel mondo di James Bond, caratterizzata da una pentalogia che rivisita il personaggio, umano, molto umano, cinico, duro, fedele, ma anche innamorato e pronto a tutto...Un'epoca che potrebbe significare un Bond fra i Bond, passati e futuri, ma anche un nuovo modo di raccontarlo. Perché per Bond No time to die...

 

Consummatum est, James Bond!

Ritratto di una spia di nuovo millennio.

 

Quando nel 2003 uscì il terzo episodio di “Guerre Stellari”, la Vendetta dei Sith, terzo prequel della saga più fortunata del cinema, si sentenziò alla francese “et voilà, le cercle s’est fermé”. Ora, per il suo personaggio più longevo, che vale più di un mito letterario, suo mondo originale, ma superato proprio grazie ai mass-media, si potrebbe ribadire lo stesso concetto. Nell’era Craig, che lo ha visto inaugurare il terzo millennio, e raccontarci quest’ultimo, meglio di qualsiasi altro docufilm, spesso troppo minuziosi, e quindi lontani da una spiegazione storico-politica, ha trovato il suo punto di compimento, il suo "eschaton", che è anche, sempre col greco in mano, il suo punto più alto, quello sommo. Un’epoca che si era presentata come un reboot, e come tale si è dipanata, e che non poteva portare solo un nuovo incipit, ma anche una configurazione del tutto nuova, e con un degno excipit. Chi è il James Bond del terzo millennio e soprattutto chi è James Bond? Daniel Craig, che superò una concorrenza piuttosto dura, sapendo che avrebbe dovuto sostituire un bravo Brosnan, sintesi di tutti gli altri interpreti, si rese subito conto che il compito non sarebbe stato semplice, soprattutto perché su di lui si sarebbero applicate nuove categorie ermeneutiche, le vesti tragiche, drammatiche, psicologiche e simboliche del personaggio, mai così intensamente esplicitate in precedenza. Insomma, non sarebbe stato solo il nuovo attore che avrebbe vestito i panni del più famoso agente segreto, ma colui che avrebbe dato nuovo carattere… al character. È vero che, come ebbe a dire un tempo Peter Hunt, regista di uno dei più belli e controversi episodi della saga, James Bond è James Bond, e ogni interprete gli ha dato e gli darà il tono che ha saputo e saprebbe dargli, che è sempre giusto. Ma Craig lo stava resuscitando, complice anche un progetto del tutto nuovo, che si stava sviluppando pian piano. E così Casino Royale, fino ad allora mai mandato in onda nella sua versione ufficiale, dava inizio alla nuova era. Qualcuno si domandò pure se il primo romanzo di Fleming, trasposto al cinema negli anni ’60, avrebbe dato lo stesso “La” all’intera saga. Chissà. Ma forse no, osservando lo svolgimento della pentalogia di Craig. Sta di fatto che i personaggi del primo episodio, soprattutto i villains, si sono ritrovati a essere presenti come nei primi 20 episodi, ma legati nuovamente a doppio filo col protagonista e con mano sapiente. E lo stesso James Bond si presentava come un personaggio in formazione, con le incertezze inziali, e i convincimenti maturati nel corso della vita da spia, attraverso storie tra di loro collegate, a volte congiuntamente, in forma di dittici, Casino Royale - Quantum of Solace, e Skyfall – Spectre, a volte puntando sulla separazione apparente dei due gruppi. Psicologia, si diceva poc’anzi. Ma, psicologia di un personaggio che apre a sé stesso, che sembra debordare e invece resta conchiuso in delusioni d’amore (Vesper Lind), di freddezze d’amore (Camille Montés), di vendette mai consumate veramente (Blofeld), di amori ancestrali freudiani (M), di nuovi amori, ammessi, ma mai del tutto, finché non fosse intervenuta l’ombra della morte (Madelaine Swann).  Rebus sic stantibus, a questo punto, l’era Craig non poteva non finire così. Certo, il film, sin dalle prime mosse nel campo della produzione, presentava non poche richieste per le attese dei fans e per le pretese di un mondo che sta evolvendo in chiavi socio-politiche a dir poco discutibili, in cui morale e psicologia entrano spesso in conflitto, a causa di falsi, misti a buoni, motivi. E questo politically correct, che ricordava i nuovi comportamenti con le solite ipocrite sollecitazioni, in vista della recitazione, si estendeva anche ai personaggi stessi, in cui le esigenze dello script sembravano piegarsi alle ostentazioni di questa tendenza, quasi a premere sul gusto un po’ troppo camp. È vero che tra i tanti, forse troppi, sceneggiatori era stata inserita una donna, che non poteva non vedere lo sviluppo definitivo della trama in leit motiv femminile, e non solo, ossequiando anche i tempi sociologici. Ma, il rischio era troppo alto. Per cui, individuare necessariamente una donna (e pure nera) nella sostituzione, addirittura, di James Bond come 007, sembrò un affronto a tanti aspetti della tradizione letteraria e non solo, che per ovvi motivi non evolvono. Per fortuna la mano sapiente di Phoebe Waller - Bridge non si è soffermata sulla tendenza dei tempi, ma ha saputo inserire questo strano personaggio nella sceneggiatura, in modo da risultare funzionale al racconto stesso. Una storia che doveva mettere in moto e in evidenza due sviluppi: quello del gran finale, e quello della versione al femminile dei cosiddetti personaggi di contorno. Non più subordinati, o affiancati all’eroe, bensì a lui predominanti. Una novità che strada facendo si mostrava non solo adeguata a tempi sciagurati, ma emozionante e da tragedia greca. Nell’ultimo film dell’era Craig muoiono il suo migliore amico, Felix Leiter, il suo peggior nemico, Ernst Stavro Blofeld, il suo nemico di turno (e ci mancherebbe), Lyutsifer Safin, stupendo cattivo, dopo aver capito che quella bambina che la sua donna gli aveva presentato era, eccome, sua figlia, ma che già aveva amato quando costei lo guardava con i suoi stessi occhi azzurri, quando gli aveva detto “ho fame”, e lui le preparava quella dolce mela con la tenerezza che si trasformava in amore paterno, distruggendo quell’armatura da duro e cinico personaggio e facendolo risorgere in eroe tragico. James Bond tiene famiglia, ora, ed è ciò che pronuncia tra sé e sé quando tenta di salvarla, e ce la fa, dalle grinfie del nuovo Hitler. E quando le mette in salvo, si comincia a capire che in quella “barchetta” c’è il futuro per il genere femminile, tre donne che James ama, sua figlia, la sua donna e la sua collega che ha imparato a rispettare, e la stessa umanità che Bond deve salvare, anche stavolta. Anche a costo della sua stessa vita. Anche a costo di scomparire. Come ci aveva suggerito il gunbarrell all’inizio, non più investito dal sangue, ma dalla luce bianca che fa dello schermo un paradiso. James Bond tornerà, eh beh, non potrebbe durare a lungo l’ossimoro No time to die e il finale del film, ma sarà un’altra storia, in un’altra era, come è nella tradizione dell’ontogenesi che precede la filogenesi. Madelaine Swann, Matilde Bond, e, chissà, anche Nomi, novella 007, invece, andranno per la “loro strada”… because they have all the time in the world…

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