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Doppia pelle

Regia di Quentin Dupieux vedi scheda film

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La recensione su Doppia pelle

di EightAndHalf
6 stelle

Quentin Dupieux proviene da una generazione di cineasti sbucata fuori direttamente dalle sperimentazioni un po' sci-fi un po' cyberpunk degli anni Novanta francesi, quel cinema dei registi di Adrenaline (1989) in cui trionfa la rivolta degli oggetti, spesso sineddoche di ossessioni e manie tutte umane. Già con Rubber (2009) Dupieux aveva firmato una sorta di lunga barzelletta metacinematografica con protagonista un pneumatico semovente, mentre con Realité (2014) aveva tentato di trasformare l'impeto metacinematografico in uno sforzo di scrittura labirintica, un po' Lynch un po' Buñuel, sempre sul fastidioso filo dell'aneddotica e - volgarmente - della storiella. 

Non stupisce dunque la natura un po' schematica e 'tirata via' della sua ultima fatica, Le daim, il cervo la cui pelle è oggetto di ossessione per il protagonista Jean Dujardin (ingrassato, barbuto, fenomenale) tale da arrivare a farlo parlare direttamente con la sua nuova giacca (appunto, di pelle di cervo), facendola parlare a sua volta a mo' di ventriloquio, e a fargli sembrare orride e inavvicinabili tutte le altre giacche esistenti sulla Terra. Per sostentare la sua ossessione, il protagonista si ritrova a fingersi cineasta agli occhi di un'entusiasta barista (Adèle Haenel, che sta superbamente al gioco) appassionata di montaggio e colpita vagamente dalla gofferia stralunata dello strano squattrinato. Il contesto è quello di una campagna francese abbandonata da Dio (o quantomeno dalla polizia o da qualunque forza dell'ordine), quasi un selvaggio West puntualizzato dal vestiario sempre più country di Dujardin.

A Dupieux non interessa (come non gli è mai interessato) un contesto plausibile, specie perché nei suoi film ci si inabissa in un nonsense talmente autocompiaciuto che diventa davvero soggettiva la pazienza che può avere lo spettatore di fronte all'ennesima assurdità. Però, nel caso di Le daim, lo schema ben presto comincia a funzionare. Si tratta di un'ora e diciassette di tempo (uno sforzo fattibile anche per un detrattore) per dimostrare che il personaggio protagonista, strambo prodotto demenziale della penna di Dupieux, è soltanto un componente di un mondo che è tutto incomprensibile, impazzito, totalmente travolto dalla stupidità e dall'assenza di qualsiasi etica.

Dunque è facile ammettere che in Le daim le risate sono tante, talvolta grasse talvolta silenziose, e funzionano anche grazie al minutaggio, perché quegli scherzetti che in altra sede avrebbero meritato una durata decisamente più contenuta, qui diventano, con i loro meccanismi di ripetizione e di tempestivo ritorno ammiccante, una marcia in più per accettare un Cinema scherzoso, irriverente (non così tanto, ma abbastanza), mai raffinato come a volte forse crede di essere, ma finalmente tollerabile.

Nota a margine per quanto concerne il discorso metacinematografico: più efficace che in Rubber, più funzionante di quello di Realité, divertente fintantoché risulta esso stesso parte integrante della gag e del black humour.

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