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Corpus Christi

Regia di Jan Komasa vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Corpus Christi

di alan smithee
6 stelle

CINEMA OLTRECONFINE - FESTIVAL DI VENEZIA. GIORNATE DEGLI AUTORI

Daniel è un teppista che sta scontando una pena detentiva in un riformatorio, che lo destina - per apparente buona condotta che trapela anche dalla sua rigorosa osservanza del culto religioso cattolico, presso un paesino ove dovrà prestare servizio presso una nuova falegnameria.

Giunto in loco, finirà per spacciarsi per giovane prete e, accolto dal parroco locale vecchio e malato, finirà per sostituirlo per permettere all'anziano di curarsi, arrivando a celebrare messa, dispensando sacramenti, e persino cercando di inserirsi in una dolorosa disputa che vede un gruppo di compaesani afflitti da un doloroso lutto comune, accanirsi contro la moglie di colui che ritengono responsabile unico della tragedia - un incidente d'auto mortale con effetti disastrosi - che li ha privati dei loro figli.

Il giovane, senza necessariamente rinunciare ai propri atteggiamenti ribelli, aiutato da un volto angelico dalle caratteristiche ampiamente seducenti, saprà apportare al villaggio una sorta di coesione e un messaggio di speranza che non potrà che apportare una positiva ondata di benessere mentale e psicologico addentro ad una comunità chiusa addentro al proprio dolore rimasto inespresso a covare in animi impietriti e sconcertati.

Ma la difficoltà di mantenere segrete le proprie reali origini, prenderà il sopravvento nonostante la collaborazione intima ed interessata della bella ed innamorata figlia della integerrima perpetua.

Al suo terzo lungometraggio dopo Suicide Room (2011) e Warsaw '44 (2014), Jan Komasa sfrutta molto le situazioni tipiche della commedia degli equivoci, senza tuttavia sbracare mai nel ridanciano, ma anzi mantenendo sempre il filo conduttore di un dramma esistenziale che pervade la sfera di vita del protagonista, così come le esistenze tormentate delle vittime del suo provvidenziale inganno.

Ne scaturisce un film lodevole, forse sin eccessivamente acclamato, che si fa forza in modo determinante sul carisma espressivo e scenico di un protagonista dallo sguardo inquietantemente a metà strada tra l'angelico ed il diabolico: Daniel è interpretato dall'attore Bartosz Bielenia, perfetto per tradurre visivamente una posizione contraddittoria e perennemente in bilico tra santità e perversione, tra ribellione più intransigente ed adorazione più contemplativa, con la fisicità esibita sin dalle stigmate dei suoi anacronistici tatuaggi che, nel finale rivelatore, finiscono per essere esibiti platealmente anche dinanzi a quel mondo ingenuo e bisognoso del suo intervento mediatorio e pacificatore.

Un personaggio potente, incastrato in una dimensione che gli permette di celarsi in vesti ingannevoli per portare avanti la sua menzogna clamorosa, in grado tuttavia di rivelarsi foriera di un benessere ed una armonia sociale altrimenti impensabili, in grado di cauterizzare ferite altrimenti non rimarginabili.

Più scontate e deboli le figure di contorno, quasi tutte relegate a sin troppo scontati stereotipi o macchiette difficilmente in grado di reggersi in autonomia senza la presenza del solido personaggio principale. 

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