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La grande abbuffata

Regia di Marco Ferreri vedi scheda film

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La recensione su La grande abbuffata

di giansnow89
9 stelle

Pietra miliare.

La grande abbuffata è un film di rara e subdola violenza. Ferreri non si serve di mezzucci come il sangue, le armi, la violenza fisica (o anche solo quella psicologica) per impressionare lo spettatore, disgustarlo, addirittura nausearlo. No, lui prende i piaceri più comuni del vivere: la buona tavola chiaramente, la lussuria, i motori, una bella casa sfarzosa ancorché decadente e abbandonata. E trasforma la gozzoviglia in strumento di noia, e di morte. La ripetitività dell'atto edonistico obbliga i quattro amici a cercare continuamente nuovi espedienti, sempre più arditi, per darsi un divertissement e dimenticare gli affanni dell'esistenza. Il momento gaudente diviene ben presto anch'esso cagione di affanno, e dolore: s'assottiglia vieppiù la parete divisoria fra quel soave universo parallelo (e anticamera della morte) che i quattro si sono costruiti, e ciò che sta al di fuori, al di là. La morte, che i protagonisti avevano posto come obiettivo iniziale della loro pantagruelica abbuffata, per gioco, quasi per assaggiare l'amaro gusto di una zingarata monicelliana sulla loro stessa pelle, diviene ad un certo punto urgenza irrimandabile. Una condanna al consumismo, a un Sistema che ci vuole retti e professionali nella nostra maschera esteriore (i protagonisti sono personalità affermate nei loro campi), ma che contemporaneamente ci fornisce gli strumenti per l'autodistruzione. Il non godimento di tali piacevolezze è noia; il godimento nella sua immutabilità è noia anch'esso. Il godimento è anche involuzione allo stato animalesco, è tragicomico momento di abbruttimento e autoumiliazione. Esempio più lampante, i venticelli corporei del povero Michel: la grassa risata iniziale viene sostituita da un sentimento di viva compassione per la sofferenza dell'uomo (passaggio pirandelliano dall'avvertimento al sentimento del contrario). Banalmente, il film è stato accostato dai critici a Ultimo tango a Parigi. Trovare un'affinità per il semplice uso dell'osceno sarebbe assai limitativo: la ricerca della morte e la dicotomia dentro-fuori sono simiglianze decisamente più calzanti. Ma mentre nel capolavoro bertolucciano Brando vedeva nel sesso (mutatosi infine in amore) un baluginìo di salvezza, negatagli, i quattro di Ferreri mai tentano di rintracciare nei loro stravizi un riavvicinamento alla vita. Anzi, col passare del tempo, viene accelerato il loro istinto di morte.

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