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Tre piani

Regia di Nanni Moretti vedi scheda film

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La recensione su Tre piani

di EightAndHalf
6 stelle

Tre piani vorrebbe apparire come un film senile che dà una conclusione a delle cose, varie cose, tutti dilemmi irrisolti diversi che trovano una loro pace. Il dilemma di una madre (Margherita Buy) costretta a scegliere fra il severo marito giudice (Nanni Moretti) o il figlio omicida e alcolizzato (Alessandro Sperduti) perché i due non possono vedersi; il dilemma di un padre (Riccardo Scamarcio) che per 10 anni di vita (quelli della giovinezza della figlia piccola) rimane tormentato dal pensiero che la figlia stessa possa essere stata vittima di violenza da parte dell'anziano vicino (Paolo Graziosi); il dilemma di un'altra madre (Alba Rohrwacher) lasciata sola dal marito (Adriano Giannini) sempre fuori per lavoro e condannata a crescere da sola i suoi figli. Ed effettivamente i tre drammi, snodati e riannodati sulle scale del pianerottolo di un condominio, al di fuori di qualsiasi schematismo narrativo - nonostante i luoghi (tre) e i tempi (10 anni, due ellissi di 5 anni) ben scanditi - sono in qualche modo conclusi (un ritrovamento, una verità, una fuga), e apparentemente i risvolti conclusivi mettono la parola fine ai variegati toni drammatici del film.

Tuttavia, il film fa tante cose che forse non vorrebbe fare. 

Non è un segreto che Nanni Moretti chieda ai suoi attori di tenere un registro recitativo totalmente antinaturalistico, fuori dai canoni del melodramma, della commedia e di qualsiasi altra potenziale etichetta. L'ha chiesto a se stesso tante volte nel corso degli anni, l'ha chiesto ai comprimari sempre sul filo della barzelletta, l'ha chiesto al nucleo familiare della Stanza del figlio e l'ha chiesto a Michel Piccoli in Habemus Papam. Più di recente, questa necessità antinaturalistica si è accompagnata alla graduale spoliazione dei suoi film da tutte le velleità e le comicità, e si è trasformata in qualcosa di austero che sembra rifuggire l'autenticità perché non la recupera più con la verve e il brio. Il ruolo di John Turturro in Mia madre sembrava proprio uccidere un'idea di cinema che appare improvvisamente inessenziale, frutto della decisione sempre assoluta di Moretti di non recitare, di non tenere un totale regime di finzione nel suo cinema e quindi di lasciare intravedere sempre quel filo di realtà nuda che pure in La messa è finitaIl caimano riusciva a intravedersi, fra la satira e la scarna intimità dei momenti più drammatici. 

Dopo Mia madre, che pure richiuso in una sfera intima e personale era improvvisamente un urlo di dolore a lungo sedato e mai espresso, in Tre piani l'aspirazione è quella di estendere quell'anti-naturalezza inautentica a un dramma quasi classico, con apparenti principio sviluppo e fine, che possa fare da esorcismo collettivo dopo uno (Mia madre) privato. 

E il risultato è quasi sperimentale: la scansione in sequenze è irregolare, si può passare da un gruppo narrativo a un altro con un semplice taglio così come con una dissolvenza in nero, e niente ci garantisce che la dissolvenza in nero effettivamente ci porterà ad altri gruppi narrativi, ma forse di nuovo a quello precedente; i jump-cut arrivano imprevedibili a sottolineare un primo piano di un personaggio già in campo, rivedendo la dialettica dei dialoghi; la camera si diletta in zoom anticlimatici, o in scavalcamenti di campo deformi, come nella splendida sequenza in palestra in cui Scamarcio teme il peggio per la figlia. E' davvero difficile capire se tutte queste scelte siano desiderate o siano dei compromessi tecnici, però comunque sia causano un tumulto emotivo di difficile decodificazione. Se poi vengono messe in coppia con l'anti-naturalismo forzato della recitazione - che è di per sé sperimentale se accoppiato a pezzi da novanta come Riccardo Scamarcio o Alba Rohrwacher, e in particolare la seconda ha già un modo tutto suo di ridere piangere parlare e guardare - allora davvero è difficile capire la direzione dei drammi messi in scena. 

Allo scarno candore delle situazioni - con dialoghi puri che dicono sempre quello che vogliono dire senza nascondere alcunché - si accompagna la sensazione di costante irrisolto, come se il ritrovamento in realtà si accompagnasse a un senso di colpa, come se la verità si accompagnasse a una resa alla debolezza, come se la fuga fosse solo un rimedio irrazionale che non risolve nulla.

E quindi forse alla fine l'esorcismo è impossibile, l'empatia irraggiungibile (anche dello spettatore col dramma), e il domani è ancora quello incerto del finale di Mia madre, non solo perché è un primo piano similissimo di Margherita Buy ma perché in Tre piani nascono tanti bambini ma i segni più profondi in questa vita li lasciano i morti. 

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