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Ema

Regia di Pablo Larrain vedi scheda film

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La recensione su Ema

di millertropico
8 stelle

Un bellissimo film che narra una storia familiare raccontata in una maniera così inedita e personale da lasciare stupefatti (e all’inizio anche un po’ disorientati… ma basta davvero poco per entrare in perfetta sintonia: ci aiuta a farlo un’originale e coinvolgente coreografia con cui, subito dopo le prime immagini già di per sé spiazzanti, dà il via a una pellicola davvero inconsueta.

 

La costruzione dei personaggi e della trama è complessa: ruota intorno a una coppia che ha appena rinunciato a un’adozione di un bambino che rivelava il bisogno d’affetto con gesti estremi e addirittura pericolosi per lui e gli altri, ma sarebbe riduttivo limitarsi a considerare solo questo. Qui c’è infatti molto altro e sono altrettanto importanti (forse anche più della storia) il dinamismo, il ritmo i toni accesi e sovraesposti della fotografia e i personaggi secondari che – nella dinamica de racconto - proprio secondarti non lo sono affatto,

 

L’estro personalissimo e visionario del regista (che si conferma straordinario) qui cambia registro rispetto a tutto quello che aveva fatto prima e utilizza un montaggio ellittico che dona alla pellicola connotati quasi da videoclip nel mettere in scena la storia di Ema (protagonista indiscussa del racconto, dotata ballerina di reggaeton che viene pedinata per tutto il film da un cinepresa che – senza essere invasiva - la tampina sempre molto da vicino) e di Gaston (suo marito e coreografo dal quale sta per separarsi ) sullo sfondo di una Valparaiso davvero inedita (e “incendiaria” come la sua protagonista).

Si potrebbe quasi dire… (oso?) che Ema balla il sesso dentro a un film altrettanto lussureggiante e godurioso.

 

La storia è drammatica (ad alta tensione emotiva si potrebbe dire) ma Larrain ha qui il grande merito di non averla resa lacrimosa trasformandola invece in un tripudio di danze, musiche e colori dove però c’è anche molta rabbia, sesso, rivolta, femminismo e anticonformismo, oltre al desiderio di una donna di voler piegare il mondo ai propri dettami e regole con la devastante potenza di un fiume in piena che trascina con sé ogni cosa.

 

Provando a seguire il percorso lineare del racconto, si potrebbe comunque dire che sono i sensi di colpa non sufficientemente metabolizzati (per l’abbandono del bambino?) a rendere da subito molto complicata la storia di questa coppia in crisi: i due (forse) si amano ancora ma ormai non si sopportano quasi più, e dove è soprattutto l’attrazione sessuale l’elemento che è diventato latitante (lui ha probabilmente latenti pulsioni omosessuali che mal sia addicono alla dinamicità fremente della sua compagna, personalità inquieta e non del tutto risolta ancora alla disperata ricerca di se stessa a causa di quella sua forte, irrealizzata, voglia di maternità che si porta dietro senza riuscire a renderla esplicitamente palese e la tendenza che ha di incasinare sempre tutto). E’ a questo punto che entreranno in scena nuovi personaggi (e situazioni) che lo spettatore potrà scoprire da solo perché io preferisco anticipare nulla per non togliere il piacere della visione.

 

Film dunque soprattutto di regia quest’ultima fatica di Larrain che, come ho già detto prima, conferma un talento unico (ma anche la prova maiuscola dei due interpreti ha una parte importante e prioritaria) dove le atmosfere contano quasi più dei fatti e le coreografie danzanti di grande ricercatezza e fascino, sono il vero valore aggiunto insieme alle tante soluzioni visive che costellano la pellicola e vanno dal lanciafiamme dell’inizio a una situazione molto articolata (e un poco metafisica) di “eterogeneità” sessuali espresse sullo schermo da una magnifica sequenza a montaggio incrociato.

 

Bravissimi e appropriati gli interpreti con in testa una strepitosa Mariana Di Girolamo (fragile e volitiva al tempo stesso) che sembra essere nata proprio per questo ruolo) a cui tiene bene testa un Gael Garcia Bernal in stato di grazia.

Ovviamente per i suoi contenuti e la forma insolitamente inusuale della loro esposizione visiva davvero inaspettata in un regista come Larrain,m potrebbe disturbare più di una persona (addirittura irritare qualche altro) fino a diventare respingente per chi si ferma a guardare soltanto in superficie. Ma se ci si lascia trasportare dalla magia e la forza di questo grande film (per me lo è) il premio finale sarà enorme e fortemente compensativo nel ripagato lo sforzo di leggere in profondità un’opera complessa come questa che parla ancora una volta di “potere” (e anche di manipolazione se vogliamo) il tutto trattato e volto al femminile, ennesima conferma della vitalità del cinema cileno del presente di cui Larrain è importante (e insostituibile) capofila (e speriamo che le trasferte esterofile non finiscano per guastarlo perché sarebbe un vero peccato se finisse per cedere alle lusinghe del cinema mainstream americano che lo sta di nuovo ospitando adesso).

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