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I morti non muoiono

Regia di Jim Jarmusch vedi scheda film

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La recensione su I morti non muoiono

di EightAndHalf
5 stelle

To kill to dead, have to kill the head.

 

A Centerville, "a real good place" come recita il manifesto all'ingresso del paese, giunge la notizia dei telegiornali che la Terra sta subendo delle variazioni consistenti nella velocità di rotazione intorno all'asse terrestre, tanto che il dì comincia a durare più del previsto. Eppure la piccola comunità prosegue nelle sue usuali abitudini quotidiane, a partire dai poliziotti Robertson e Peterson, che perlustrano la zona boscosa circostante apparentemente ben consapevoli di chi sta mettendo a soqquadro la fattoria di Farmer Miller, fino a Zelda Winston, l'appassionata di arti marziali che come sempre prepara i morti per la sepoltura nelle sue pompe funebri. 

Arriva però, appunto, l'Apocalisse, un'Apocalisse che in Jarmusch diventa inevitabilmente un'Apocalisse automatica, in cui gli esseri umani sospettano fin dall'inizio cosa può avvenire, in che modo sta avvenendo e in che modo si può combatterlo. Jarmusch aliena i suoi personaggi dalle più naturali reazioni umane costringendoli - in modo assai divertente, invero - a una ripetizione continua, automatica, di gesti, di battute, di movimenti, che sembrerebbe ridurre l'essere umano appunto a un automa che però sta sopravvivendo in un contesto, nel contesto del genere cinematografico. Il film, pesantemente autoriferito, gioca al genere e all'ammiccamento allo spettatore in maniera incredibilmente sfacciata, con digressioni extra-diegetiche e metacinematografiche anche estreme e con riferimenti iconografici espliciti e inevitabili (da Romero a Nosferatu, fino addirittura a Star Wars nella sua connessione al film di Jarmusch che è proprio Adam Driver), ribadendo l'automatismo un po' inumano dell'americanità odierna ma di provincia, razzista ma naif, in cui sembrano sul punto di fallire sia le telecomunicazioni che le comunicazioni umane e in cui sembra sopravvivere soltanto il Cinema, il genere, la scorza. 

 

Sembrerebbe che il personaggio della Swinton dia la giusta chiave di lettura, già intuibile dal trailer: quella di un mondo - di un genere, di un Cinema - che possa vivere serenamente nella ripetizione, nel luogo comune, in uno stato di accettazione più simile al nirvana che non alla banale passività. Come se la razza umana venisse completamente attraversata dai confini stretti e inumani di un genere cinematografico, e si ritrovasse a fare i conti con quest'ultimo subendone ovvietà e assurdità come fossero normali, perché proprie dell'immaginario comune. 

In realtà però gli aspetti più divertenti del film lasciano troppo spazio a un infelice entusiasmo indie - che effettivamente poco si addice a Jarmusch, almeno ai suoi standard - del voler essere originali a tutti i costi e in tutti i modus operandi, finché le frecciatine - contro l'uomo, contro il moderno, contro l'America - diventano ovvie, si perde l'ambiguità che donava spessore a un mondo incerto fra il Bene e il Male, e le risate, le tante risate, che pure hanno attraversato la visione, diventano amare, incomplete. A Jarmusch è mancata la furbizia di continuare a rimuovere e sottrarre come aveva fatto in passato e come fa qui per tre quarti di film (ma non nell'ultimo quarto), e di sottolineare a più voci quello che veramente contava: che nell'Apocalisse, forse può sopravvivere soltanto il Cinema. Quello di un campo-controcampo che si ripete, di un personaggio che nota qualcosa che nonostante tutto non rientrava nel campo visivo della sua soggettiva (la caffettiera nel diner), quello di un dettaglio, perché come ci insegna il regista e anche un personaggio del film, Life is perfect. Look for the details. 

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