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Shirley

Regia di Josephine Decker vedi scheda film

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La recensione su Shirley

di mck
9 stelle

The pride of the bride.

 

 

Il film parte con uno “spoiler” su “the Lottery” (ma sarebbe come spoilerare “Romeo e Giulietta”, “un Fatto Accaduto Presso il Ponte di Owl Creek”, “il Giro di Vite” o “la Sentinella”) e prosegue narrando, romanzandola, la genesi di “Hangs-A-Man” (1951), un romanzo di de-formazione - tanto quanto il successivo “the Bird’s Nest” ("Lizzie") è un romanzo di ri-formazione - e una storia sulla quale Shirley Jackson ritornerà un lustro dopo col racconto breve “the Missing Girl”.

Assonanze col caso irrisolto della scomparsa di Paula Jean Welden [1928-1946(?)], una studentessa di 18 anni del Bannington College in Vermont, la stessa università in cui all’epoca insegnava Stanley Edgar Hyman (1919-1970), il marito della scrittrice di racconti e romanzi.

 

 

Josephin Decker (texana classe ‘81, autrice mumblecore di “Butter on the Latch”, “Thou Wast Mild and Lovely” e “Madeline's Madeline”) spiana ed appiana un poco il suo stile, e la classicità che traspare ed appare da questo livellamento, però, è abitata e mossa dal corpo e dal volto di Elisabeth Moss: a conti fatti, dunque, questo è un… “classico” film di Josephin Decker [il primo non scritto (!) da lei: la sceneggiatura è di Sarah Gubbins, che l’ha tratta da un romanzo di Susan Scarf Merrell], con la presenza di Elisabeth Moss (e gli ulteriori valori aggiunti di Michael Stuhlbarg, sempre eccellente, dal pp. p. allo sfondo, di Odessa Young, molto brava, la cui doppia/tripla figura fittizia da “personaggio principale” - del film, del romanzo, del romanzo nel film - si trasforma pian piano in innesco atto a far deflagrare il carattere di Shirley Jackson (1916-1965) e la caratterizzazione di Elisabeth Moss, e di Logan Lerman): la regìa di Josephin Decker compensa in sguardo ciò che lo script inanella per tappe forzate, e la recitazione del terzetto di protagonisti (col volto, il corpo e la voce di Elisabeth Moss (classe ‘82) a riempire il quadro e gli altri a gravitarle attorno producendo un commovente e portentoso effetto mareale) inscena una danza compiutamente indimenticabile.

 

 

Comparto tecno-artistico fenomenale: cominciando con la calda e pastosa fotografia dalla tessitura patchwork di Sturla Brandth Grøvlen e proseguendo con l’attento e sapiente montaggio di David Barker e le vulnerabili, vibranti e bellissime musiche di Tamar-kali (Tamara Colletta Brown). Il supervisore alle musiche Bruce Gilbert (“United States of Tara”, “Life After Beth”, “Kidding” e sodale di Jenji Kohan per “Weeds”, “Orange Is the New Black” e “GLOW”) mette su un ultimo disco sul finale e sui titoli di coda (“Pretty Papa Blues” di Paula Watson al piano e voce, più chitarra, nella sua versione della “Pretty Mama Blues” di Ivory Joe Hunter) e, partita la traccia, rotante il solco, il film prende a danzare R’n’B abbracciato allo spettatore. Produzione: Killer Film. Distribuzione: Neon.

 

 

“Sai quanto mi offenda la mediocrità. Fosse stata orribile, l’avrei trovata emozionante. Ma terribilmente competente… Non ci sono scuse per questo.”

Facciamo arrabbiare con un colpo solo patetici maschilisti, femministe fondamentaliste (questi due termini, si badi bene, non sono contrari, ma doppiamente contrari, financo al cubo), #MeToo e #YouNo: un flano per il film potrebbe essere: “Dietro ogni grande scrittrice c’è il puntiglioso sprone coniugale di un buon correttore di bozze e rispettabile critico letterario.”

Il long take a camera fissa incentrato su tutti i 25 e passa muscoli e nervi facciali della proud bride in attesa del giudizio/verdetto da parte dello sposo è un minuscolo, immenso film nel film… 

 

 

E tic-tac sulla Royal...

 

* * * * (¼)    

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