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I miserabili

Regia di Ladj Ly vedi scheda film

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La recensione su I miserabili

di Kurtisonic
7 stelle

La vita nelle periferie è lontana anni luce dall' immagine che offrono quasi tutti i media. C’è un baratro tra la realtà e l’immagine mediatica. Come potrebbero i politici risolvere i nostri problemi quando non ci conoscono, non sanno come viviamo né quali sono i nostri codici? (Ladj Ly)

Djebril Zonga

I miserabili (2019): Djebril Zonga

Chiunque abbia visto I Miserabili non può che inevitabilmente collegarlo al suo antesignano degli anni novanta, il capolavoro di Mathieu Kassovitz, L’Odio (1995). Non è solo coincidente l’ambientazione scenica e sociale delle periferie urbane francesi, in due film che potremmo definire un parto unico ma anche  ricorrente nel cinema, diciamo dei.. gemelli diversi. A distanza di anni sono identiche le finalità, la lettura antropologica, la ricerca e il ritrovamento degli strumenti che offrono delle risposte alle tensioni e alle mutazioni che quelle realtà stanno vivendo quotidianamente. Un film richiama alla mente l’altro, e nel caso qualche spettatore si sia limitato alla visione del vibrante lavoro d’esordio di un cineasta da tenere d’occhio come il francese di origini maliane Ladj Ly, il consiglio è di vedersi anche L’Odio, famoso anche per il suo folgorante incipit iniziale: “fin qui tutto bene, fin qui tutto bene, l’importante non è la caduta, ma l’atterraggio”. L’attualità e la modernità di Ladj Ly comincia un attimo dopo l’atterraggio, dopo l’implosione della realtà, tra le macerie di quello che resta di una società e di quello che siamo o che saremo destinati a diventare. La periferia non è più circoscritta ma si è fatta mondo, totalizzante e fagocitante di contraddizioni, disparità e aspirazioni più o meno legittime, non confondiamo però la narrazione di I Miserabili con delle “gomorrate” da romanzetto criminale ad alta frequenza. La documentazione è più acuta e precisa, non offre nessun tipo di giustificazione. In I Miserabili emergono come detto elementi comuni al film di Kassovitz, lo sguardo protagonista è l’insieme di tre personaggi, in questo caso sono tre prototipi di poliziotto, semplificando potremmo indicarli come il buono, il cattivo e il perfido, in realtà rappresentano la molteplicità dello sguardo analitico, non serve una divisione giudicante tra bene e male, una verità mobile tra il bianco e il nero, il regista ci offre una terza via, una ulteriore possibilità di interpretazione della realtà e nonostante ciò sembra dirci che neppure questa sarà sufficiente. Perché la complessità dentro quel mondo è troppo intricata per potere essere risolta o almeno compresa. Allora il film cerca di rendere  essenziale il suo messaggio, ci offre uno strumento guida: in L’Odio c’era una pistola ritrovata per caso, nelle mani di un emarginato che non sapeva se usarla, qui c’è una micro card con un video ripreso da un piccolo drone che denuncia un grave sopruso commesso dalla polizia. Dunque il potere dell’immagine, la video verità che diventa testimonianza non più mediabile. È la potenza della visione che riporta l’uomo alla dimensione pulsionale, più ludica e più crudele, senza niente altro che la possa spiegare. L’altro elemento di analisi linguistica riguarda proprio la polizia. Se nel film degli anni novanta si percepiva attraverso la sua azione quella che è una legittima funzione autoritaria (nonostante già rivelasse la presenza di agenti violenti irrispettosi di qualsiasi diritto civile) denotava anche l’esistenza di un mondo-altro di riferimento con il quale la periferia si confrontava ed ambiva paragonarsi o raggiungere attraverso i suoi feticci consumistici e sociali. Quello che oggi ci apparirebbe quasi romantico e sfiorato da un leggero soffio manieristico rispetto a tempi che sembrano distanti anni luce, qui vengono messi a nudo dall’implacabilità dello sguardo di Ladj Ly.

 

scena

I miserabili (2019): scena

Non esistono più differenze di mondo, le regole per la sopravvivenza sono le stesse ovunque e non c’è drone che tenga per evadere da questa condizione tanto disperata, l’attrezzo tecnologico teleguidato da un nerd occhialuto vaga nel cielo tra i classici palazzoni dell’utopia popolare di Le Corbusier, un concentrato di umanità che condivide uno spazio che perde identità perché intorno non c’è nulla per cui valga la pena vivere in quelle condizioni. Alla fine si riprende la brutalità terrena, la spazzatura umana, l’unica ragione che alimenta la  resistenza al presente. La polizia non è più uno status definito, gli agenti sono parte integrante del territorio che controllano, non saprebbero nemmeno loro vivere altrove ma quando li vediamo in azione risulta davvero difficile pensare ad un loro atteggiamento differente. L’autorità è demandata anche ad altri personaggi emblematici e discutibili che tuttavia risultano ancorati a quella scoperta illusoria di un nuovo mondo come probabili immigrati di prima generazione.  I veri protagonisti, le voci e i corpi più significativi ed interessanti di una vicenda che si muove tra microcriminalità e l’evento drammatico innescato dai poliziotti, sono i ragazzini della banlieue, i bambini provenienti da svariate parti del pianeta e abbandonati a loro stessi dall’insensatezza di un sistema che non contempla la loro esistenza o la formazione. La loro sfrontata bellezza affascina e atterrisce allo stesso modo e lo spaesamento che lo spettatore vive ce li fa sentire vicini e vitali come non mai, non possiamo non riconoscerci nella loro energia iconoclasta. La loro crescita avviene attraverso un mix micidiale di simboli, messaggi, e oggetti della modernità più deteriore e incontrollata, determinando una forza rivoluzionaria ben riassunta dalla sequenza finale che per inciso vale da sola il prezzo del biglietto, a dispetto invece della citazione di Victor Hugo che per funzionale che sia, maldestramente indirizza il senso chiarissimo del film su quella che appare come una sottolineatura teorica da tesina confezionata apposta. Fin qui tutto bene? No, non tanto.

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