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La ragazza d'autunno

Regia di Kantemir Balagov vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su La ragazza d'autunno

di laulilla
9 stelle

Un film da vedere, premiato per la regia a Cannes nel 2019: potrebbe offrire qualche sorpresa anche la notte degli Oscar, ormai vicina.

È arrivato in sala l’attesissimo secondo film di Kantemir Balagov, regista del bellissimo Tesnota


Nato nel 1991 e cresciuto alla scuola di A. Sokurov, l’enfant prodige ha imparato perfettamente a maneggiare gli strumenti del suo lavoro e questa volta ci ha raccontato, con impassibile distacco, alcune storie terribili dell’immediato dopoguerra (1945) a Leningrado, quando i nazisti se n’erano finalmente andati ed era consentito sperare che con la pace sarebbero tornate le condizioni della normalità quotidiana, per riprendere a vivere.

Ai sopravvissuti si richiedevano però cure urgenti, così a quelli che erano rimasti e avevano patito la fame e il freddo resistendo per eroismo o per disperazione, come a quelli che erano tornati dal fronte e che portavano nel corpo e nella mente i segni incancellabili dell’orrore più feroce e che ora, in ospedale, ricevevano le attenzioni e, quando possibile, le cure del medico e delle infermiere premurose, che tuttavia dovevano misurarsi con la scarsità dei farmaci, dei disinfettanti, dei bendaggi e persino dell’acqua, poiché il ritorno alla normalità non era questione di ore, ma di giorni e in qualche caso di mesi: tutto scarseggiava nella bella città, persino i cani, che gli abitanti avevano sacrificato per sopravvivere.

 

Questo film, ispirato al romanzo La guerra non ha un volto di donna, della scrittrice Premio Nobel Svetlana Alexievich, tuttavia, non è un film sui reduci, o sui disperati che hanno perso in guerra i loro affetti, ma è una storia di donne, un racconto molto complesso e molto personale del regista, che scava nel dolore femminile, spiegandone le ragioni:


Mi interessa il destino delle donne e, in particolare, di quelle che hanno combattuto nella seconda guerra mondiale […], la guerra che ha visto in assoluto la più massiccia partecipazione da parte delle donne. Come autore, mi interessa trovare una risposta alla domanda: cosa succede a una persona che la natura ha previsto per creare la vita, dopo essere sopravvissuta alle prove della guerra?

 

 

 

 

Per questa ragione il film  è girato soprattutto negli interni squallidi e sconvolti, poco illuminati e spesso promiscui, con largo uso di piani-sequenza.

 

La vicenda, brevemente

 

Era tornata dal fronte Masha (Vasilisa Perelygina), che a Leningrado aveva incontrato l’amica Iya (Viktoria Miroshnichenko), arruolata come lei nell’esercito, con compiti di “supporto”, eufemismo per nascondere la prostituzione organizzata dallo stato sovietico a sostegno delle truppe.

Iya, detta la Spilungona (Dylda) o Giraffa per l’altezza davvero insolita, era presto tornata alla vita civile, ovvero a condividere con gli assediati la fame e il freddo, avendo manifestato la propria inidoneità all'”attività di supporto” nella forma di una transitoria epilessia che ne bloccava, all’improvviso, i movimenti e la parola. A lei, Masha aveva affidato Paska, il piccolo che aveva quasi miracolosamente partorito, fra un aborto e l’altro, perennemente a rischio, in quella zona di guerra.

 

Al suo ritorno, Paska non c’era più e Iya si era assunta la responsabilità di quella scomparsa, accettando di risarcire l’amica con una maternità “per procura”, che avrebbe restituito a entrambe una ragione per vivere, allontanando i sensi di colpa e le umiliazioni accumulate nel passato e anche nel presente, quando tutti i nodi erano venuti al pettine e la disperazione era sembrata impadronirsi inesorabilmente delle loro giovani vite.

 

È un film sull’amicizia femminile, perciò, sugli sguardi e sui gesti della com-passione e della pietà, che si esprime senza parole, con i tempi lunghi necessari a lasciare intendere  l’indicibile; a confessare l’inconfessabile, a esprimere con timido pudore un’ambivalenza erotica che non può o non vuole palesarsi.


Sono anche altri i temi nascosti sotto il “velame de li versi strani” e sono tutti molto moderni: l’estrema pietà dell’eutanasia di fronte al dolore inutile e senza rimedio; le ingiustizie di classe e i privilegi degli alti funzionari che non hanno dovuto sacrificare il proprio cane per nutrirsi; le lunghe code per un lavoro; l’ottusità dei burocrati; il permanere di un’arcaica cultura maschile che confina le donne e anche i “diversi” a un ruolo di perenne subalternità.


Dal film, che sembrerebbe molto triste, emerge invece la voglia di vivere dei personaggi, che sentono ancora in sé l'impulso a superare il momento più critico.  Tutto questo diventa credibile grazie alla sinergia che si stabilisce fra le bravissime protagoniste, la volontà del regista di evitare un film “storico” per parlare con il linguaggio universale del sentire, espresso con asciutta e scarna sobrietà, lontana dal mélo e con i colori raffinati e caldi della splendida fotografia e dei bellissimi costumi.

 

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