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Nomadland

Regia di Chloé Zhao vedi scheda film

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La recensione su Nomadland

di Peppe Comune
8 stelle

Fern (Frances McDormand) è una sessantenne che dopo la morte del marito perde anche il lavoro. Infatti, la fabbrica in cui ha lavorato insieme all'amato consorte per una vita intera chiude i battenti per effetto della “Grande Depressione” che ha messo sul lastrico migliaia di lavoratori. Fern non si perde d'animo e a bordo di un furgone lascia la città aziendale di Empire e dal Nevada si mette in viaggio per attraversare gli Stati Uniti. Lungo la strada conosce molte persone che come lei hanno scelto la vita nomade, una comunità di uomini e donne che fuggono dai tentacoli delle crisi economiche per riassaporare il piacere primitivo di sentirsi in pace con la terra che si calpesta.

 

Frances McDormand

Nomadland (2020): Frances McDormand

 

“Nomadland” di Chloé Zhao (liberamente ispirato al libro inchiesta della giornalista Jessica Bruder “Nomadland-Un racconto d’inchiesta”) è il tipico film che ti fa sentire a pieni polmoni l'aria dell'altra America, quella che abita nelle pieghe più profonde del paese, quella anche più vera perché assolutamente partecipe delle “normali” turbolenze del capitalismo. Quell’America abbondantemente tratteggiata nei suoi caratteri diversificati da tanti artisti “anticlassicisti” non propriamente allineati all’accondiscendenza acritica dell’American Dreams.

“Nomadland” racconta la storia di chi gestisce la rabbia che porta in corpo con encomiabile dignità, preferendo tirare avanti con quello che resta da aggiustare della propria esistenza piuttosto che cedere alle lusinghe del vittimismo improduttivo. Ci sono dei potenti che nel loro impunito anonimato fanno strategie finanziarie sulla scacchiera del mondo, e poi ci sono le pedine, sempre sacrificabili, perché nel gioco in cui solo nominalmente partecipano con le stesse opportunità di tutti, solo ai re e alle regine è data l’occasione di ricevere l'onore delle armi. Chloé Zhao ci fa vedere il mondo dalla prospettiva di chi, insieme al lavoro, ha perso anche la possibilità di fare pensieri futuribili. La crisi economica, che è crisi nera solo per chi non ha fatto nulla per procurarla, rimane fuori campo, come una presenza invasiva e maledetta che chi pratica la vita nomade cerca di tenere a distanza scegliendo di vedere ogni mattino un'alba sempre diversa. Ovviamente, la regia investe il giusto su panoramiche che si aprono a ventaglio sulle vaste praterie e sulle lunghe “lingue” stradali che esplorano la rude bellezza di paesaggi mozzafiato, ma ad abbondare sono i primi piani puntati sulla psicologia in allerta di Fern. Perché “Nomadland” è soprattutto la storia di Fern, una donna che ha perso tutto nel giro di pochi istanti tranne la forza di riemergere dalle macerie in cui le circostanze l'hanno sepolta. Lei è un po’ l’emblema dell'America più profonda e più vera, quella abitata da chi non ce la fa a reggere il passo, uomini e donne che rinnovano in ogni momento da legittima ricerca di un po’ di beatitudine.

Se il sistema mondo di butta fuori dai suoi circoli privati, per non perire in solitudine, l'unica soluzione a portata di mano è quella di unirsi in comunità con chi condivide la tua stessa condizione esistenziale. E insieme perlustrare i cieli che avvolgono le sterminate pianure americane, come dei novelli pionieri che lungo la strada che percorrono imparano a capire quanta ricchezza naturalistica c'è ancora da scoprire.

Fern si è data ad una nuova vita per sfuggire dai tentacoli delle crisi economiche ed evitare di riscoprirsi a vivere in una prigione domestica che pullula di ricordi spensierati. Ogni giorno nuovo gli riserva nuove novità piuttosto che la stagnazione dell’imprevedibile. Una scelta che assomma coraggio di rimettersi in gioco e rispetto pudico nell’affrontare i propri dolori. Il furgone custodisce tutto ciò che gli rimane, e se lo fa bastare praticando con fare antiretorico la sua guerra personale contro le sirene del superfluo. Si muove seguendo una traccia vecchia almeno quanto il suo paese : raggiungere l'orizzonte che si sposta sempre più avanti.

Fern e una superba Frances McDormand, un'attrice a cui basta usare il corpo per disegnare scenari emotivi vertiginosi. È lei la mattatrice pressoché assoluta di questo On the Road al femminile che vive della solidarietà spontanea dei "nuovi" emarginati sociali e degli spazi sterminati spinti fino all'assenza di confini, sia fisici che mentali. Un film dal lirismo asciutto che non si lascia fagocitare dalla tentazione di vittimizzare chi, per scelta o per costrizione, si è lasciato la “civiltà” alle spalle. Buon film, premiato con il Leone d'Oro a Venezia.

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