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1997: Fuga da New York

Regia di John Carpenter vedi scheda film

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Eric Draven

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La recensione su 1997: Fuga da New York

di Eric Draven
8 stelle

Kurt Russell

1997: Fuga da New York (1981): Kurt Russell

 

Ebbene, nel 1981 usciva questo film, che non è solo un film...

Da noi sbarcava il 15 Ottobre, per la durata di 1h e 39 min. Diventando nella manciata di un paio di settimane lorde e secche un must, poi diverrà un cult.

All’epoca non potei andare a vederlo al cinema, essendo io del ’79, anche se avrei potuto sgambettare per qualche sala d’essai forse ancora col ciuccio in bocca al posto della benda di Jena, e so che già a quell’età me lo sarei goduto da Baby Herman.

Dopo circa trentacinque anni dalla sua uscita, la domanda che ogni appassionato di Cinema, vero, schietto, si pone è se John Carpenter abbia firmato davvero un caposaldo della Settima Arte o sia stato bravo, a quei tempi, a smerciarlo per tale. Insomma, molti sono tutt’ora perplessi riguardo al vecchio John, non sopportano l’appellativo di genio che i suoi adoratori gli appioppano ed essendo amanti di un Cinema artificiosamente galante, che loro definiscono elegante, quando invece scambiano le leziosità e le affettate, appunto, artefatte sofisticatezze inutili per stile raffinato, non rendendosi conto che amano tutt’al più un Cinema estetizzante e vuoto, adulterato e, questo sì, corrotto, sono dunque convinti che Fuga da New York rientri nella categoria dei sopravvalutati.

Ecco, questo mio periodo non è stato un anacoluto ma rende perfettamente la confusione di queste persone che stanno contraffacendo il Cinema, teorizzandolo oltre il dovuto, con far che mal tollero. E sono loro invece i primi, odiosi amanti boriosi delle assurde “costruzioni sintattiche” del loro ombelicale, ampolloso iper-giudicare e minimizzare qualsiasi cosa, distorcendo il Cinema in toto, elevando a geni persone fasulle e i facili imbonitori retorici e sminuendo gente come Carpenter che merita sempre un posto d’onore sul trono.

Questo per dire che coloro i quali, a distanza di quasi quattro decenni, non reputano questa pellicola un capolavoro e pensano che Carpenter, con quest’abissale colpo, abbia vissuto sugli allori, meriterebbero di far la fine di Donald Pleasence. Grottescamente impalati alla loro pochezza e alla tronfia, morale lor esiguità umana, con una canzonetta derisoria a sbeffeggiarli mentre noi sfiliamo a testa alta verso un mondo oramai distrutto da tanta saccenteria miserrima e presuntuosa, anzi, untuosa. Fieri, puri idolatri del vero.

La storia la conoscete tutti. New York, o meglio l’isola di Manhattan, è stata trasformata in un enorme penitenziario ove, a mo’ di ghetto degradato e pericolante, sono confinati i peggiori criminali d’America, e dal quale è impossibile fuggire.

L’aereo del Presidente degli Stati Uniti, l’Air Force One, viene dirottato da un manipolo di terroristi esaltati. E il Presidente è eiettato in mezzo alle rovine della gloriosa città che fu attraverso una capsula, grazie alla quale riesce miracolosamente a sopravvivere. Però, viene catturato dal fecciume più lercio di una banda senza scrupoli che lo tiene in ostaggio, chiedendo come riscatto alle forze speciali la liberazione di tutti i detenuti in cambio della sua vita.

 

Solo un uomo può penetrare in questa diroccata fortezza che è la Grande Mela, dominata dal crimine più sovrano, acciuffare il Presidente e riconsegnarlo alla libertà. Un uomo di nome Jena Plissken, un valoroso reduce di guerra però macchiatosi di tantissime colpe e reati. A lui verrà concessa la grazia se riuscirà a portare a termine tale missione impossibile. E, per far sì che non possa scappare e darsi alla macchia, le forze speciali si cautelano, impiantandogli delle micro-cariche in corpo che, allo scadere di ventiquattr’ore, lo ridurranno a brandelli, putrefacendolo in un nanosecondo.

Jena non ha alternative. Ce la deve fare, altrimenti creperà terribilmente. In caso di fallimento, inoltre, non gli verrà elargito nessuno sconto di pena.

Escape from New York è fantascienza fumettistica applicata al western metropolitano (da qui la presenza di Lee Van Cleef ed Ernest Borgnine), è Cinema del futuro eterno che usa modellini per ricreare lo skyline notturno, liquido e fascinoso di una città spettrale e senza luci, per immergerci in una dimensione spazio-tempo sospesa tra la suggestione ruvidamente romantica e la nitidezza magnifica della poesia d’immagini limpide nell’asciuttezza di una nottata che a sua volta precipita nell’alba opaca, nel tramonto di ogni illusione, nella rinascenza nichilista dopo tanto rovinoso oblio.

 

 

di Stefano Falotico

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