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Dio è donna e si chiama Petrunya

Regia di Teona Strugar Mitevska vedi scheda film

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La recensione su Dio è donna e si chiama Petrunya

di Peppe Comune
7 stelle

Petrunya (Zorica Nusheva) è una donna di 32 anni che svolge una vita magra di soddisfazioni. Vive a Stip, un piccolo paese della Macedonia, è laureata in storia e abita ancora insieme ai suoi genitori. Non ha un aspetto avvenente e come donna in una società maschilista questo fatto gli rende la vita ancora più difficile. È disoccupata e sembra che per trovare un lavoro debba per forza sottostare alle avance più o meno evidenti del “padrone” di turno. Però succede una cosa che mette Petrunya nella condizione di potersi prender la sua agognata rivincita. A Stip, durante il giorno in cui si festeggia l'epifania ortodossa, ha luogo una cerimonia religiosa molto antica e molto particolare. Il sommo sacerdote lancia una croce di legno nelle acque di un fiume e centinaia di uomini vi si tuffano dentro per cercare di recuperarla. Secondo il rito ortodosso chi entra in possesso della sacra croce avrà diritto ad un anno di prosperità, e solo gli uomini possono parteciparvi. Un giorno, mentre era di ritorno a casa da un ennesimo colloquio di lavoro andato male, Petrunya si intromette in questa tradizione riservata ai solo ai maschi e recupera la croce. Gli uomini inferociti le danno la caccia, ma la donna ha intenzione di difendere il suo diritto di essere la beneficiaria di quanto prescritto da quest'antico  rito ortodosso.  Ripara nella stazione di polizia locale ma si sente accerchiata da tutti, perché quasi nessuno intende proteggerla in quanto donna. Il caso assume un clamore nazionale e arriva anche la televisione. E così che trova l'accidentale solidarietà della giornalista (Labina Mitevska), che arriva sul posto decisa a capire come mai esiste ancora un rito così antico che tiene la donna in una posizione di assoluta marginalità sociale. 

 

Zorica Nusheva, Suad Begovski

Dio è donna e si chiama Petrunya (2019): Zorica Nusheva, Suad Begovski

 

“Dio è donna e si chiama Petrunya” della regista macedone Teona Strugar Mitevska è un film che parla della tenacia di una donna costretta a vincere la sua innata discrezione per far sentire più forte la sua voce sottomessa. Petrunya vive in uno sperduto paese della Macedonia e suo malgrado si trova al centro di una lotta per la difesa della sua dignità di donna in un mondo retto dalla consolidata protervia maschile. Interessante e lo schema a tre che emerge dal film : il ruolo della donna, posto in una posizione di conclamata marginalità sociale ; la religione, che regge le fila di credenze retrograde senza farsi troppi problemi ; la politica, che attraverso gli organi di polizia cerca di conservare la sua idea di pace sociale. La regia fa entrare tutto questo in un corto circuito tanto inevitabile quanto inaspettato, aprendo una breccia di coraggio in uno scenario corporativo davvero difficile da scalfire. E lo fa alleggerendo i contenuti civili della “denuncia” femminista con spruzzate di grottesca ironia, sparsi qua e là quasi a voler schernire l’ostentata volgarità degli uomini. 

Petrunya non ha nulla di quello che è richiesto alla donna per poter emergere in un quadro sociale che gli ha assegnato il compito di starsene in disparte. Non è avvenente, e quindi la società dei maschi non può fregiarsene come un trofeo da poter esibire all’occorrenza. Poi è una laica impertinente, e per questo la comunità religiosa può anche pensare di sacrificarla sull'altare del pubblico dileggio. L’impronta realista raccontata dal film si nutre del tratto surreale che avvolge e coinvolge l'esistenza di Petrunya, che per il fatto del tutto naturale di essere una donna si trova costretta a confrontarsi con la continuata mistificazione della verità e il prolungato svuotamento delle parole. In quanto donna, si sente solo un corpo da poter dare in prestito se l’occasione può aprirgli sbocchi lavorativi (come dimostra l’inizio del film). Come persona che ha studiato, si sente tagliata fuori dalla storia del mondo per il fatto di essere rimasta nel luogo natio e di vivere di elemosine affettive (come dimostrano i ripetuti confronti con la madre). Lei riflette la condizione tipica di chi, in ogni istante, sembra trovarsi a dover superare un esame per vedersi riconosciuta la facoltà di poter esistere. Questa tipologia umana e come sottoposta ad una benevolenza che viene concessa senza troppi problemi, a condizione però che rimanga tranquilla entro i limiti stabiliti. 

Ma Petrunya è una persona colta, si occupa “di integrazione comunista nelle strutture democratiche, perché l'uomo oggi vuole più giustizia ed eguaglianza”Ed intende partire proprio da sé stessa per far valere il diritto dei più deboli a non fare da cavie designate delle conclamate iniquità sociali. Petrunya non è una credente, ma si attacca a quella croce come ad un segno distintivo della particolare lotta che intende intraprendere. In suo possesso, quella croce diventa il simbolo delle verità da mettere in chiaro, della giustizia da ripristinare, dell'oscurantismo da abbattere. Non è il possesso della croce che gli interessa, ma ciò che rappresenta per l'universo maschile che la circonda, il fatto che alla sacralità di un simbolo universale venga designata la legittima proprietà di una parte soltanto. Così come ad interessargli non è mettere in discussione la bontà di un’antica tradizione, ma mostrarne il carattere retrivo e volgare limitandosi a negargli un’imposta esclusività. Il finale ce la mostra soddisfatta mentre esce dalla stazione di polizia, come chi sente di aver ottenuto il suo scopo più reale semplicemente conservando le sue prerogative di donna, senza arretrare nemmeno di un millimetro e senza dover chiedere il permesso a chiccessia. 

Oltre a Petrunya, un'altra donna e centrale nell'economia del racconto, la giornalista. Tra le due si instaura un rapporto complementare. Perché, se è vero che la donna che arriva dalla capitale può permettersi di usare la televisione per fare luce sulla chiusura di quel mondo, è altrettanto vero che alla fine le scopriamo condividere la stessa posizione di debolezza Petrunya rispetto al paese in cui vive e dal quale ha scelto di non fuggire, la giornalista, invece, rispetto al mondo dei media per cui lavora. Lei è lì, in quel paese sperduto della Macedonia, con le telecamere accese su uno spaccato di mondo che sembra “essersi fermato al medioevo”. E mentre vorrebbe documentare il carattere maschilista di una tradizione arcaica che ancora resiste, la televisione intende rimanere uno strumento per lo spettacolo a buon mercato e fare della storia emblematica di Petrunya un funzionale oggetto di intrattenimento mediatico. Ecco, lo stupore della giornalista di fronte alla storia capitata a Petrunya, marca la differenza culturale tra chi ha intenzione di approfondire per arrivare a formulare delle denuncie sensate sullo stato dell'arte e chi si accontenta di rimanere in superficie perchè questo, in fondo, giova di più ai suoi particolari interessi. 

È un buon film “Dio è donna e si chiama Petrunya”, una bella storia civile messa in scena con garbata e arguta delicatezza. 

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