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Gattaca. La porta dell'universo

Regia di Andrew Niccol vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Gattaca. La porta dell'universo

di giansnow89
8 stelle

La fantascienza, fatta bene.

Sono individuabili almeno tre piani di visione e di interpretazione differenti. Vi è il piano meramente attinente alla mitologia del distopico futuro disegnato da Niccol: una società che potremmo quasi considerare come il punto di caduta naturale di quella nostra presente, dove la cultura dello scarto è un pericoloso dato di fatto con cui fare i conti. Il progresso in campo eugenetico, con conseguente razzismo genetico, ha ormai preso il sopravvento: l'imperfezione è un peccato, l'incertezza è un nemico, il libero arbitrio una storiella da raccontare la sera per fare addormentare i lattanti. E' un mondo asettico, anaffettivo, impersonale, piatto: è il migliore dei futuri possibili solo in apparenza. E' vero, si possono concepire in vitro figli sani, senza propensione all'alcolismo, alle droghe o alla depressione. Ma saranno anche creature senza sogni. Nel mondo di Gattaca non è permesso sognare. Qualcosa del genere Niccol proverà a inserirlo anche in In Time, ma con più maldestri risultati: resta questo manicheismo estremo fra ricchi e poveri, eletti e sfortunati, che dà la stura a puntuali riflessioni sulla società odierna.

 

V'è poi il piano squisitamente di trama, un buon thriller noir (non eccelso) ottimo per le ambientazioni che fanno tanto anni '50: auto, abitazioni, locali chic, configurano un'eleganza senza tempo che non stride, ma si incastra perfettamente col progresso esasperato dato dalla corsa allo spazio e dall'eugenetica. Abbiamo infine il piano del messaggio filosofico che intende suggerire il regista. Vengono proposti quattro personaggi: Vincent, suo fratello, Irene e Jerome. Un non valido e tre validi. I tre validi, uno per sopravvalutazione, l'altra per errore della tecnologia, e il terzo per la sua tracotanza, sono dei perdenti e degli insoddisfatti. Vincent, condannato fin dalla nascita a prematura morte, ha fatto fruttare quell'irrisorio 1% della probabilità di farcela che gli veniva attribuita, e l'ha fatta diventare oro. "Non esiste un gene per lo spirito umano", recita la tagline del film: il nostro destino, la nostra anima, i nostri sogni non possono essere costruiti in provetta. Il simbolismo del finale è qualcosa che atterrisce: Jerome riconosce la sua non vita e opera una decisione inaspettata, non prevista dal suo genoma, e lava così l'onta della sconfitta, sua, ma soprattutto di una società sbagliata. Vincent vola invece su su, verso lo spazio sconfinato, grande, elevato e profondo, come lo sono i suoi sogni. "E quindi uscimmo a riveder le stelle".

 

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