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Will Hunting. Genio ribelle

Regia di Gus Van Sant vedi scheda film

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La recensione su Will Hunting. Genio ribelle

di Peppe Comune
5 stelle

Will (Mat Damon) è un giovane ribelle. Lavora come addetto alle pulizia al MIT (Massachussets Institute of Technology), è orfano di genitori ed è cresciuto in un quartiere povero di Boston.. Passa le sue giornate insieme agli amici Chuckie (Ben Affleck), Morgan (Casey Affleck) e Billy (Cole Hauser), a bere birra e a cercare di attaccar brighe con i ragazzi che non gli vanno a genio. E' anche un genio della matematica però, di quelli a cui basta guardare un insieme di numeri per saper penetrare gli insondabili misteri dell'universo. Merce rara insomma, per questo l'emerito professore di matematica Gerard Lambeau (Stellan Skarsgard) lo prende sotto la sua custodia facendolo uscire dal carcere dopo l'ennesima scazzottata. Perchè ha scoperto che è lui, un "semplice" addetto alle pulizie, a risolvere i difficilissimi problemi di matematica che ogni giorno affigge in bacheca per gli studenti vogliosi di sentirsi competitivi. Il ragazzo va però aiutato a risolvere il suo istintivo ribellismo e per questo il professore chiede aiuto all'amico psicologo Sean McGuire (Robin Williams), che dopo le prime titubanze accetta l'incarico. Intanto Will conosce la bella Skylar (Minnie Driver) e se ne innamora ricambiato. Il dilemma quindi diventa : coltivare il proprio genio matematico e metterlo a disposizione del proprio paese o seguire i richiami del cuore e vivere la vita come più si ritiene opportuno ?

 

Matt Damon, Robin Williams

Will Hunting. Genio ribelle (1997): Matt Damon, Robin Williams

 

 

Ritengo che la parte più interessante di “Will Hunting. Genio ribelle” di Gus Van Sant (da una sceneggiatura scritta ai tempi di Harvard da Mat Damon e Ben Affleck) sia il prodotto di un effetto non voluto. Mi riferisco alle riflessioni che se ne possono trarre dalla natura multiforme del sapere. Tralasciando quello meramente di facciata che tende a ripetere continuamente se stesso e che nel film ci viene presentato anche in forma “macchiettistica” attraverso la rassegna di psicologi chiamati per risolvere il "problema Will" che vengono prima consultati e poi licenziati, rimangono quelli incarnati dalle figure del professor Lambeau e dallo psicologo Sean MacGuire. Il primo è il sapere strettamente accademico, quello che è pronto a sacrificare una parte consistente della propria vita per mettersi al servizio della collettività e della gloria personale ma che rischia anche di alienarsi dalla realtà se si distacca troppo dalla sua sua carica vitale. L’altro è il sapere che si concede con molta più disinvoltura alle debolezze umane, quello che per non soccombere sotto il peso del suo genio creativo rischia di rendere del tutto improduttivo il dono che ha ricevuto in natura. Dicevo che questa dualità rappresenterebbe un aspetto interessante del film, che rimane però solo potenziale, soprattutto perché la natura concettuale del sapere viene piegato all’esigenza di radicalizzare la caratterizzazione dei due professori per convenzionevoli finalità spettacolari, senza che detta dualità venga sottoposta al vaglio di una ragionevole sintesi analitica. Il sapere ondeggia lungo tutta la durata del film, ma rimane sommesso spettatore di quel tema del disadattamento sociale, e del relativo tentativo di riscatto attraverso la possibilità di mettersi definitivamente alle spalle i fantasmi di un passato scomodo, che funge da fulcro portante del film. Tema affrontato senza particolari ambizioni analitiche, in maniera anche banale direi, per eccesso di immagini e parole consolatorie e con degli sviluppi abbastanza scontati. All’origine c’è la forma di disadattamento sociale che troviamo sintetizzato già nel titolo, quella di Will, frutto di violenze subite e carenze d’affetto. Poi abbiamo quello di Sean, più sfumato, meno rilevante dal punto di vista sociale, ma ugualmente evidente, causato dalla prematura perdita della moglie e da una carriera accademica rimasta in un limbo ad aspettare. Alla fine ci troviamo fronte al più semplice e accomodante tra gli sviluppi possibili, con i due che trovano nelle rispettive forme di malessere la forza e il coraggio di riprendere la strada più idonea ai loro scopi interiori (se non è banale la sequenza iniziale del loro incontro, quando Will svela in un attimo tutta l’inquietitudine che si nasconde in Sean solo guardando un dipinto del dottore che ritrae una barca in mezzo a un mare in tempesta, non so davvero cosa possa esserlo). Anche i dialoghi seguono lo stesso andamento consolatorio, orientati alla ricerca della forma più appropriata possibile per ricavarne il massimo della partecipazione emotiva. Alcuni sono ottimamente architettati (soprattutto quello di Will durante un dialogo di lavoro, per il quale vi rimando alla recensione di Lampur che l’ha riportato per intero), ma le parole usate sono quelle che uno spirito progressista come il mio ama sentirsi dire con tanta smaccata precisione. E’ tutto molto semplice, insomma, calcolato, poco spiazzante. Si decide in un attimo per chi fare il tifo e perché. Il finale non lo rivelo, ma se ho lasciato intendere che il clima consolatorio pervade l’intero film allora è facilmente intuibile (a dimostrazione, e questa è una riflessione che mi stuzzica e mi viene data giusta l’opportunità di esprimerla, che quelle che nella realtà passano come delle scelte anticonvenzionali, nell’accezione più pura e pulita del termine, al cinema possono traquillamente trasformarsi in azioni convenzionali). Gus Van Sant è un autore che ha dimostrato più volte di saper oscillare sapientemente tra strade indipendenti ed originali ad altre che seguono una traccia tipicamente "hollywoodiana". Ma se altrove ha saputo piegare al proprio talento la necessità di doversi confrontare con canoni stilistici dati (e penso in particolare a film come “Belli e dannati”,”Da morire” e “Milk”), in questo caso non è riuscito del tutto nell’impresa, lasciandosi veicolare oltre il dovuto dalla maniera tipicamente "hollywoodiana “di spingere  troppo il pedale delle convenzioni comandate. Non mancano i pregi a questo film, il ritmo ad esempio, che regge fino alla fine, e la caratterizzazione d’ambiente dei ragazzi (il marchio di fabbrica di Gus Van Sant) il cui girovagare senza meta riflette a dovere tutto il loro vuoto esistenziale, facendo dei loro discorsi masticati male i momenti più autenticamente sinceri di tutto il film. “Will Hunting” non è un brutto film, è solo troppo convenzionale per i miei gusti.

 

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