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A matita? Omar Galliani

Regia di Fulvio Wetzl vedi scheda film

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La recensione su A matita? Omar Galliani

di yume
9 stelle

A matita? Omar Galliani inserisce il lavoro dell’artista nella corrente quotidiana delle attività umane come mondo vivo e in divenire, spiegato, o meglio, svelato, dalla voce stessa dell’artista.

L’arte non è un’istituzione convenuta – afferma Roberto Longhi - ma libera produttività interna; la sua storia una storia di persone prime, quelle degli artisti; una storia, perciò, che senza astrarre da una certa cultura [… ] non vuole tuttavia abusare di questa constatazione, ma precisarla soltanto: quando cioè si tratti non di conservazione di schemi esanimi ma proprio di trapasso interiore fra modi artistici, che sono anch’essi sentimenti vivi”.

 

locandina

A matita? Omar Galliani (2017): locandina

Puntare il focus sulla storia di uomo e di artista, essere “le côté spirituel de l’oeuvre”, come la voce che accompagna le immagini di Arca Russa di Sokurov in quel lungo piano sequenza girato nelle sale dell’Ermitage, avvicinare la macchina alle opere e poi girarla sui visitatori, su noi che guardiamo oltre lo schermo, sul lavoro di operai che montano e smontano, avvolgono le opere, le spostano di sala in sala, e infine guardare in alto il lucernario del soffitto e scoprire un gabbiano che sbatte in quell’istante le ali.

 

Federico Bonioni

A matita? Omar Galliani (2017): Federico Bonioni

Questo l’intento di A matita? Omar Galliani di Fulvio Wetzl.

Mai didascalico o celebrativo, il filmato inserisce il lavoro dell’artista nella corrente quotidiana delle attività umane come mondo vivo e in divenire, spiegato, o meglio, svelato, dalla voce stessa dell’artista.

Il punto di ancoraggio è il cuore dell’opera, lo spazio è qui e il tempo è ora, quel tempo che l’arte rifonda con parametri altri, intangibili, non soggetti all’usura della velocità o all’inerzia della dimenticanza.

 

A matita? Omar Galliani esordisce con una domanda, quasi uno stupore.

Può un oggetto così piccolo, umile, quasi invisibile, una matita, riprodurre l’Universo?

Il forte magnetismo visivo che emana dalle opere risponde sì a questa domanda.

 

Omar Galliani

A matita? Omar Galliani (2017): Omar Galliani

Se il Magico significa Bellezza e il Primario significa originarietà ed essenzialità dell’invenzione artistica, Galliani incarna perfettamente queste pulsioni.

 

Così Flavio Caroli nel catalogo della mostra Souls – Anime, Museo di Casa Robegan, Treviso, 2017, confermando un pensiero sull’arte degli anni ’80 che s’intitolò “Magico – Primario”.

Artista che fa rivivere classicità e antichi maestri in una dimensione contemporanea ricca delle pulsioni, degli umori, delle inquietudini del proprio tempo, Galliani usa il disegno a grafite su tavola di pioppo come unico mezzo per la creazione dell’immagine, il bianco e il nero con minimi inserimenti di blu o rosso pompeiano come scelta cromatica per una riproduzione della realtà che, in fondo, è una dimenticanza della realtà.

E poichè Galliani ama il cinema, come afferma lui stesso, al cinema fa pensare:

 

Le cinéma, ce n'est pas une reproduction de la réalité, c'est un oubli de la réalité. Mais si on enregistre cet oubli, on peut alors se souvenir et peut-être parvenir au réel.

(Il cinema non è una riproduzione della realtà, è una dimenticanza della realtà. Ma se registriamo questa dimenticanza, possiamo allora ricordare e forse raggiungere il reale.)

J.L. Godard

 

 

Omar Galliani

A matita? Omar Galliani (2017): Omar Galliani

 

Il filmato si apre con l’enorme tavola intitolata Cassiopea, parte di un ciclo dedicato alle costellazioni, un’inedita mitologia siderale in cui campeggiano volti femminili a occhi chiusi, trasognati, sfumanti in un gioco magico di luci.

 

Fiori che fluttuano nell’aria, petali in caduta libera, lampi di luce e nero profondo nella materia di un legno che continua a vivere con le sue striature, i suoi nodi, terreno di un disegno infinito, debordante, sconfinato, che sembra voglia uscire ogni volta oltre il perimetro della tavola in uno scorrimento lento, un ralenty che è un ritorno alla “contemplazione”, parola caduta in disuso, attitudine colpevolmente scomparsa dal mondo della velocità, della frenesia immemore, del vivere convulso.

Il “mistico potere del femminile” è il nucleo di questa ricerca artistica che torna alle radici della vita, là dove tutto ha inizio.

La musica di Ligeti e, in trasparenza, il frame da 2001 Odissea nello spazio sull’origine dell’uomo stabiliscono la connessione.

 

scena

A matita? Omar Galliani (2017): scena

Con quella che è stata definita “ finissima tecnica rinascimentale” Galliani costruisce una realtà nuova partendo dalla realtà più consueta, quella di tutti i giorni, fatta di flash, apparizioni e sparizioni, fermo immagine o fuga di immagine, e da una materia basica, la grafite, il cuore del diamante, e il legno, quello dei pioppi, altissimi, in fuga verso il cielo allineati sulle sponde del Po, il grande fiume dove andava a guardare le piene da bambino, in lambretta col padre.

Questo è il mondo di Galliani di cui A matita? registra il linguaggio viscerale, scosceso e corporeo, la seduzione poetica nelle sue varie metafore e dimensioni.

Si tratta non solo di prendere visione delle opere ma di prenderne coscienza, attingere a quel deposito dell’immaginario che è diventato opera d’arte, guidati da colui che intreccia la sua storia di uomo alla sua vocazione di artista, scavando nelle memorie che si soffermano sulla ricerca di magia, di seduzione, di fascino, e di una “bellezza” senza la quale nessun artista sarà mai grande.

In un avvincente percorso tra i dipinti di un lungo arco di anni, Galliani ci guida con linguaggio affabile e puntuale alla comprensione di una poetica che chiunque abbia visitato uno dei luoghi innumerevoli del mondo in cui ha esposto non ha tardato a catturare con lo sguardo.

 

Di sala in sala, in interni o esterni, la macchina inquadra le opere, registra le parole, segue l’artista in quel “dipingere il non vedere” che Godard ravvisava nelle opere di Monet.

Partendo dalle ragioni profonde del suo interesse per i dipinti di grandi artisti del passato, da Michelangelo a Leonardo, Perugino, Caravaggio, assistiamo all’assoluta inseparabilità del suo straordinario formalismo stilistico dalle ragioni di un’umanità che innerva di sé le grandi figure femminili o i particolari di corpi e oggetti inanimati, apparizioni visionarie per una simbologia della percezione che dà allo sfumato lo statuto di ingrediente poetico essenziale.

 

Sagome di figure, profili di paesaggio, il tracciato di una strada che la nebbia nasconde o, diradandosi, rivela, il nero e il bianco, la vita e la morte, la figura e il suo doppio, soggetti portatori di un forte magnetismo visivo che le scelte musicali disposte a corredo del percorso esaltano con perfetta sincronia.

Dagli spazi della Galleria dell’ultima mostra ai corridoi e alle aule con gli studenti dell’Accademia di Brera di cui è docente, da chiacchierate durante le trasferte in macchina col regista lungo gli argini del “suo” Po fino alle stanze della casa di famiglia a Montecchio Emilia, gremita di opere, strumenti di lavoro e ricordi, Omar Galliani si offre a tutto campo per il racconto di una vita con l’arte e per l’arte.

 

Scorrono interni di gallerie o esterni, come la Conca dell’Incoronata a Milano, impresa idrica disegnata da Leonardo per gli Sforza.

Il disegno nell’acqua era il titolo, scoprire la memoria dell’acqua l’intento.

Un polittico disposto sul fondo asciutto del canale, con disegno tratto da una crocchia di capelli della perduta Leda e il cigno di Leonardo, realizzato con sale dell’Himalaya e albume d’uovo, fu sciolto dalla pioggia e il disegno riassorbito nell’etere.

Al ciclo naturale della vita si aggiunse un ricordo e quell’immagine vivrà per sempre.

 

Infine, momento fra i tanti forse il più suggestivo per chi ha seguito il tracciato fino a quel punto, è la sequenza girata nella straordinaria platea del Teatro Valli di Reggio Emilia dove, nel 1991, Galliani dipinse il terzo sipario, Siderea (15 x 12,5 m).

La descrizione della figura alata centrale incorniciata da ghirlande laterali che simboleggiano la danza prosegue con il racconto della sua realizzazione, delle difficoltà dell’opera, della forza innovativa del genere, un sipario dipinto da un artista contemporaneo per un grande teatro di tradizione.

Dopo i due importanti sipari tradizionalmente in uso ma bisognosi di restauro, quello di Alfonso Chierici dipinto nel 1855 ("L'Italia additante alle Muse i più chiari italiani di ogni età") e quello di Giovanni Fontanesi (1856), il terzo sipario è il passato che consegna al presente il suo testimone, una sorta di promessa per il futuro, un’opera fatta per aprirsi davanti alla musica:

 

He raised a mortal to the sky, she drew an angel down

(Sollevò un mortale verso il cielo,trascinò giù un angelo)

John Dryden, The power of music

 

Omar Galliani

A matita? Omar Galliani (2017): Omar Galliani

di Paola Di Giuseppe - Treviso

16 dicembre 2018

 

www.paoladigiuseppe.it

 

 

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