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L'ufficiale e la spia

Regia di Roman Polanski vedi scheda film

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La recensione su L'ufficiale e la spia

di robertoleoni
8 stelle

“…con un pizzico di diabolicità Polanski instilla in noi il dubbio che tutta una serie di accuse, come accade nel caso Dreyfus, sia stata costruita ad arte per schiacciare un innocente e sembra quasi chieda un ruolo agli intellettuali, che siano come Zola, i guardiani della verità…”

I principi ungheresi Esterházi erano una delle famiglie più nobili di Austria e Ungheria. Avevano come maestro di musica il grande Haydn che ha dedicato loro anche una suonata, Mozart e Schumann erano spesso nel loro castello e anche Liszt ha dedicato a loro una delle sue rapsodie ungheresi, la numero 4.

Un rappresentante di questa famiglia trasferitosi a Parigi all'epoca della Belle Epoque, tra il 1890 e il 1895, quindi i tempi di Marcel Proust, i tempi degli impressionisti, il momento in cui Parigi è la capitale del mondo, Ferdinand Esterházi, un dissoluto, un donnaiolo, un giocatore pieno di debiti, ma anche un ufficiale maggiore di artiglieria dell'Armée, l’esercito francese, insieme ad un certo Alfred, provinciale alsaziano, senza nessuna copertura, diligente, operoso e serio, ambedue sono sospettati di spionaggio a favore della potenza straniera in quel momento più incombente che era la Prussia, cioè la Germania.

Ma chi è scelto come sospettato fra questi due?

Chi è scelto come colpevole?

Il provinciale perché è un ebreo.

Immaginate la discriminazione e il razzismo che dominavano una capitale di quel mondo e di quell'epoca, se ci sono echi ancora nel mondo di oggi…

In questo modo parte il famoso Affare Dreyfus, il grande caso giudiziario della fine del 1800 che è alla base del film di Roman Polanski “L’ufficiale e la spia” tratto da un libro di Robert Harris.

Il titolo originale del film è J’accuse, riferito ad un famoso articolo del grande scrittore Emile Zola.

Il film si basa proprio su questo caso giudiziario clamoroso.

All’inizio del film Dreyfus è accusato, giudicato, condannato, degradato e inviato sull'Isola del Diavolo per scontare un ergastolo.

Tutto si basa su una fragilissima prova che il nuovo capo della sezione di controspionaggio militare, allora chiamata ufficio statistico, scopre essere veramente esigua, anzi addirittura sembra completamente prefabbricata sul pregiudizio che Alfred Dreyfus, essendo un ebreo, poteva essere capace di tutto e dovendo scoprire una spia all'interno dell'esercito, perché c’erano le prove dell’esistenza di una spia, chi si sceglie come spia?

Si sceglie il paria, si sceglie quello che conta di meno, si sceglie quello che nel pregiudizio comune poteva essere una spia, un delinquente, un abietto, cioè un ebreo.

E tutti sono convinti che sia vero.

Il maggiore Georges Picquart è interpretato nel film di Polanski da uno splendido Jean Dujardin, che conosciamo perché per The Artist ha vinto un Oscar, un Golden Globe, una Palma d’oro, per questa straordinaria interpretazione di un film muto oggi, in cui ha una espressività, una capacità, un’intelligenza, una ironia e una comicità straordinarie. Mentre in questo film interpreta un personaggio completamente opposto. Si cala in un personaggio dilacerato, quasi tenebroso, che quando scopre la verità si rende conto che deve lottare contro il potere.

Lui, servo dello stato essendo un soldato e soprattutto essendo a capo di un ufficio

così delicato come quello del controspionaggio, si rende conto di essere fra l'incudine e il martello, fra il potere e la verità.

Quindi qualunque sforzo lui faccia per andare verso la verità è completamente frustrato dal potere, il quale non vuole criticare se stesso.

Perché il paradosso di questa vicenda è che, essendo oramai la faccenda di Dreyfus in giudicato ed essendo stata data in pasto all'opinione pubblica come forma di lavaggio e di pulizia morale assoluta, non può essere più messa in discussione.

Quindi il nostro Picquart si trova di fronte ad una piramide, a un monolite, a una montagna immensa di bugie che non può essere e soprattutto non deve essere intaccata per salvaguardare la faccia seria vera e giusta del potere, che in realtà è una maschera dell'ipocrisia. Lui non può assolutamente sgretolare questa immagine in nome della verità.

La verità diventa un dettaglio, un fastidiosissimo pungolo, che come un moscone, deve essere ucciso ed eliminato.

E anche Georges Picquart dà fastidio:

“Ma chi glielo fa fare… Ma non si metta in mezzo… Ma lei deve ubbidire…

Ma a che cosa serve la verità…”

Polanski rappresenta tutto questo in maniera veramente feroce.

 

Se vi interessa la videorecensione completa potete trovarla qui:

http://bit.ly/LUFFICIALE_E_LA_SPIA

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