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Exit Plan

Regia di Jonas Alexander Arnby vedi scheda film

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La recensione su Exit Plan

di alan smithee
5 stelle

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Max è un valente ispettore assicurativo che vediamo impegnato a tentare di evitare il pagamento di un lauto premio ad una ipotetica vedova di un assicurato che è scomparso.

Quando la moglie riesce a portare al nostro uomo le prove della scomparsa del marito, Max viene a conoscenza di una clinica di lusso specializzata ad organizzare forme di eutanasia senza sofferenza a volontari che, afflitti da mali incurabili o altre patologie, preferiscono defilarsi prima di eventuali ulteriori sofferenze dalla quella vita che si sta rivelando sempre più effimera e problematica.

Quando pure Max, ironia della sorte, scopre di soffrire di un tumore incurabile al cervello, si convince poco per volta a seguire l'iniziativa del suo cliente, e pertanto si rifugia nella lussuosa clinica posta in cima ad una amena valle, per porre fine anticipatamente alla sua prossima agonia.

La vicenda non ci viene raccontata con questo naturale ordine cronologico, ma per singole situazioni, che poi lo spettatore ha il compito - talvolta un po' arduo - di ricollocare temporalmente in un ordine cronologico plausibile. 

Come in ogni thriller che si rispetti, si scoprirà che la gentilezza e delicatezza con cui viene condotto ed orchestrato il trapasso, nasconde dei segreti terrificanti, che si celano dietro esperimenti furtivamente accennati, e che non prevedono troppi ripensamenti da parte della facoltosa clientela che si avvia a finire in quel luogo la propria avventura di vita.

Al centro un Max particolarmente introverso e indecifrabile, che appare un automa anche quando spiato nel bel mezzo di una intimità familiare che pare viziata da una ritrosia innaturale, che nemmeno l'ansia della malattia che lo affligge riesce pienamente a giustificare.

Nel ruolo del protagonista, il divo nordico Nikolaj Coster-Waldau, particolarmente ingessato anche per via della definizione ermetica del proprio personaggio proprio in sede di scrittura, e per questo particolarmente attonito, se non proprio inebetito dalle circostanze serrate.

Nel ruolo del solito cattivo di turno, malefico e inquietante almeno come in molte altre occasioni in cui ce lo siamo travati di fronte, ecco l'ottimo Jan Bijvoet, che ricordiamo almeno il Borgman, Alabama Monroe, El abrazo de la serpiente, Le Ardenne, In darkness: un malvagio per eccellenza che riesce sempre a creare quel senso di disagio coerente con il ruolo che lo vede impegnato a impersonare.

In regia il cineasta danese Jonas Alexander Arnby, casse 1974, alle prese con un plot molto costruito e pianificato che affronta con fare astuto e sin troppo calcolato, tematiche per nulla nuove, che nello specifico ci ricordano un mix tra film come L'uomo che uccideva a sangue freddo del '73 (buon thriller con Alain delon e Annie Girardot) e l'inquietante Kill me please di Olias Barco.

 

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