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Regia di Nadav Lapid vedi scheda film

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alan smithee

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La recensione su Synonymes

di alan smithee
9 stelle

FESTIVAL DI BERLINO 2019 - ORSO D'ORO / CINEMA OLTRECONFINE

Un militare israeliano fuggito a Parigi, si ritrova ad occupare un lussuoso appartamento completamente disadorno, e, dopo la prima notte trascorsa dormendo per terra in un sacco a pelo, completamente nudo a rischio di assideramento, per un inaspettato, crudele scherzo del destino che rimarrà uno delle incognite del film.

Salvato da questa situazione, per certi versi surreale, da una coppia di giovani alto-borghesi dello stesso palazzo, il ragazzo finirà per divenire dapprima il terzo incomodo, poi forse l'elemento rivitalizzante di una routine di coppia ormai senza più molte argomentazioni. Sarà solo la prima delle diverse, singolari, a volte buffe vicissitudini che caratterizzeranno la permanenza del giovane nella capitale francese, ossessionato dall'acquisire una padronanza della lingua che in realtà già possiede, ma che non gli basta e lo spinge a decantare e citare classici della letteratura e della cultura francofona, così come a muoversi senza mai abbandonare un piccolo ma ricco vocabolario francese pernon perdere l'occasione di esercitarsi e mettersi alla prova. 

Un vortice pieno di contraddizioni, quello che il baldo ragazzone sembra creare già dai suoi primi passi nella capitale: una tempesta di antitetici sentimenti tra due paesi, due culture, due mondi, due lingue inconciliabili e pure due sessualità: perché Yoav, bellissimo e dal fisico scultoreo non molto dissimile al David marmoreo di Michelangelo, spesso nudo quando non avvolto nel suo buffo cappotto abbondante del "colore del can che scappa", diviene presto un oggetto di desiderio irrinunciabile, un vero e proprio stimolo sessuale, quasi un uomo-oggetto destinato a essere sfruttato per l'appagamento altrui, uomini o donne che siano, contento di potersi in tal modo integrare in un mondo ed in una nazione che rappresentano il suo personale paradiso di realizzazione terrena.

Il gran cineasta israeliano Nadav Lapid dirige il suo primo, magnifico, dissacrante, ardito film francese, riuscendo nel miracolo - sulla carta minato di ogni tipo di ostacolo insormontabile - di colpire satiricamente e con arguzia, ma senza distruggere solo per il gusto di farlo, i capisaldi di una consapevolezza nazionale che rende orgogliosamente saldi più di molti altri popoli europei, i francesi di oggi e di sempre, mantenendo tuttavia un rispetto ed una posizione di riguardo, forse addirittura di sincera disincantata riconoscenza, nei confronti di una nazione da sempre caposaldo e quintessenza delle libertà di espressione, culto, tradizione, nel rispetto di una laicità ragionata e lucida che diviene, almeno sulla carta, l'emblema del più puro concetto di libero arbitrio, nel miglior rispetto, concettualmente iipotizzabile, delle differenze legittime tra culture, popoli, etnie.

Alla riuscita di questa folle, ardita scommessa sulla carta impossibile, contribuisce non poco - per portamento e prestanza fisica più volte mostrata senza inutili falsi pudori, la scelta dell'attore esordiente Tom Mercier, eroe ardito e motivatissimo, personaggio indomabile e sicuro di sé, bello ma possibile e soprattutto disponibile, in grado di assurgere ad un ruolo simbolo di eroe sacrificale, e di instancabile motivatore di vite annoiate o perdute da una libertà di azione che finisce per far smarrire il senso finale delle relative esistenza. A Mercier, che pare sfruttare al meglio l'occasione, l'ottimo cinesta Lapid regala un personaggio splendido, esemplare, indimenticabile, all'interno di un film folle, nervoso, pieno di ritmo (si balla pure la ritmatissima, scatenata hit di fine anni '80 "Pump up the jam" dei Technotronic) che si vorrebbe non finisse mai, anche quando i zigzaganti sentieri intrapresi paiono portare ad un livello di provocazione difficile da valutare con una lucidità che la visione incalzante ci spinge a mettere da parte. 

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