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Bacurau

Regia di Juliano Dornelles, Kleber Mendonça Filho vedi scheda film

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La recensione su Bacurau

di Peppe Comune
7 stelle

Bacurau è un piccolo paese del sertão brasiliano . Tutta la comunità è riunita per la morte della matriarca Carmelita. Ad onorare la nonna arriva anche Teresa (Bàrbara Colen), che trova Bacurau sempre uguale, immerso nell’orgogliosa conservazione dei sui antichi rituali. Domingas (Sonia Braga), l’unico medico del paese, è sempre la solita donna umorale : brava nel suo lavoro ma irascibile quando si attacca alla bottiglia. Il Pacote (Thomas Aquino) è sempre il discreto e fascinoso protettore del paese. Lunga (Silvero Pereira), invece, è sempre nascosto per difendere la comunità dai pericoli provenienti da fuori. Ma Bacurau sta smettendo di esistere : le mappe satellitari non ne rilevano più la presenza, la ricezione telefonica è scomparsa, l’acqua e i medicinali scarseggiano e i consueti approvvigionamenti cominciano a scarseggiare. Poi c’è uno strano politico (Jonny Mars) che arriva dalla vicina Valverde per fare delle promesse a cui nessuno crede più. Ma il pericolo più grave arriva da un gruppo di americani capitanati da un certo Michael (Udo Kiel). Hanno un’aria decisamente minacciosa, e non sembrano dei turisti.

 

Barbara Colen

Bacurau (2019): Barbara Colen

       

 

“Bacurau” di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles è un film di non facile connotazione stilistica, non tanto per la scelta di contrapporre la serenità bucolica di una zona dell’entroterra brasiliano con la sete di violenza di cacciatori yankee, ma perché non chiarisce mai definitivamente tutti i perché e i per come che stanno alla radice dello sviluppo narrativo della trama. Ambientato in un futuro non molto lontano, nel film convivono retaggi mitici e iper-modernismo, relazioni umane coltivate con lenta devozione e fede acritica per la tecnologia. Le credenze ancestrali e la sete di potere ci catapultano in una dimensione altra affatto rassicurante. Dapprima, sembra di trovarci al cospetto di un affresco umano dal chiaro sapore etnografico. Poi il tutto si tinge di cupa complessità, fino ad apparire come un indizio attendibile di un possibile universo distopico.

Chi sono quelle persone armate come se dovessero andare in guerra ? Perché si muovono e si comportano come se si trovassero all’interno di uno di quei videogiochi “sparatutto” ? Perché godono così tanto nell’uccidere quante più persone possibili ? Dall’altro lato, che ruolo ha nell’economia della storia il candidato a sindaco della zona che si presenta ai cittadini di Bacurau con improbabili promesse di riscatto ? Chi è precisamente Lunga, un ragazzo che vive nascosto protetto da una piccola banda di disperati e che dalle persone del posto viene considerato come una specie di partigiano che sta combattendo in loro nome chissà quale guerra e chissà contro quale nemico ? Domande che nascono spontanee e alle quali non vengono mai fornite delle risposte esaurienti. Si avverte solo la sensazione straniante di trovarci di fronte ad uno scontro impari tra modelli di vita differenti : tra chi vive delle sue risorse e trova il modo di farsele bastare e chi intende trovare in giochi estremamente violenti l’appagamento della propria noia.

Le implicazioni simboliche sono evidenti, e il merito della regia sta nel farle emergere senza ricorrere ad eccessi visionari, ma vestendo di una calcolata ambiguità di senso dialoghi e situazioni. Si viene come catapultati in un mondo dove all’irrazionale esagerazione cui vengono condotte le cose che succedono, corrisponde un quadro sociale tristemente noto : quello che vede i più forti usare come delle cavie umane i più deboli. Prova tangibile, a mio avviso, sta nel fatto che la prima parte del piano attuato dai “guerriglieri” è consistito nel far sparire Bacurau dalle mappe satellitari. Se un luogo non può essere geo localizzato vuol dire che non esiste. E se un luogo non esiste lo si può impunemente far scomparire dalla memoria del mondo. Perché il mondo non saprà mai della fine violenta che ha dovuto subire.

C’è un tema che accomuna i tre film finora girati da Kleber Mendonca Filho (qui coadiuvato da Juliano Dornelles), ed è quello di una condizione di pace relativa improvvisamente sconvolta dal sopraggiungere di eventi nuovi e imprevisti. Ne “Il suono intorno”, i rumori che arrivano dai quartieri popolari di Recife sembrano avvolgere in presagi minacciosi un tranquillo quartiere residenziale. In “Aquarius”, invece, la speculazione edilizia messa in atto dai nuovi padroni di Recife, arriva a sconvolgere gli equilibri consolidati della vita di Clara, un’importante critica musicale che non ne vuole sapere di lasciare la sua casa. In “Bacurau”, infine, gli abitanti un paese sperduto nel sertão brasiliano vengono scelti come bersaglio mobile da un gruppo di americani armati come dei soldati in guerra. Tre modi diversi per parlare della lenta ma inesorabile perdita di un’identità umanizzante generalmente riconosciuta, per riflettere sul difficile rapporto tra chi o cosa vuole rimanere isolato e il mondo di fuori. Tre film immersi dentro il cuore pulsante di un Brasile che sta cambiando le sue forme, per cause proprie e per motivi esterni. Tre film che ci danno indizi su un regista interessante, che al momento dà l’impressione di non aver ancora spiccato il volo per come potrebbe. Emblematico è proprio “Bacurau”, un film dalla veste originale, capace di affascinare nonostante le volute omissioni narrative.             

        

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