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Toy Story 4

Regia di Josh Cooley vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Toy Story 4

di lussemburgo
7 stelle

Ragionata e ragionevole conclusione della tetralogia dei giocattoli senzienti, il IV capitolo delle avventure di Woody e compagnia non sorprende per invenzioni visive e non diverte sino al riso smodato, ma suscita il sorriso triste di un commiato. Incentrato sulla presa di coscienza del cowboy di pezza e del suo ruolo nel mondo dei bambini, a malincuore sempre sfuggente e cangiante per la neutrale evoluzione e crescita degli umani, Toy Story 4 è un coming of age di un pupazzo datato che non riesce ad adattarsi al mondo circostante.

Affiancato da un giocattolo costruito dalla sua nuova padroncina con della spazzatura ma per lei emotivamente importante perché legato al primo giorno di asilo, Woody non vede in quell’accozzaglia di scarti un’immagine deformata di sé, il riflesso di un oggetto desueto e quasi abbandonato; anzi, lo adotta per guidarlo alla consapevolezza di giocattolo, confermandogli quella vita che l’inconsapevole bambina a sua insaputa gli ha donato elevandolo da semplice monnezza a compagno di giochi. Nella magia della favola Pixar, che con questo capitolo conclusivo poco aggiunge ma niente sottrae ai film precedenti se non un certo dinamismo e un’impronta comunitaria, la pellicola accompagna Woody alla presa di coscienza della propria dipendenza dagli umani e dell’inevitabilità del distacco, con un andamento parallelo ma inverso quello di Forky, il quale evolve dall’estraneità sino all'inserimento nella collettività ludica.

Bildungsroman di un novello Pinocchio che rimane marionetta e non aspira a maggiore umanità, Toy Story 4 ritrae Woody in un processo di progressiva alienazione dalla propria proprietaria per trovare una inedita serenità, mentre si scontrano due visioni dissonanti della vita dei giocattoli, tra l’indipendenza rustica e ribelle degli abbandonati e quella serena e ripetitiva degli integrati, di cui Woody era sempre stato un indefesso campione. Alla conquista di un amore diverso da quello mutevole e capriccioso degli uomini, il piccolo cowboy abbandona a poco a poco la sua comunità di appartenenza e il suo intero universo di riferimento per ricostruirsi diverso, per rinnovarsi come amabile rifiuto, marginale rispetto agli altri giocattoli ad uso e tradizionale consumo dei bambini, trovando una nuova identità. Rimanendo se stesso ma riconoscendosi maturato, Woody scopre la pienezza in un ordine sociale alternativo, più adulto e incerto, forse più inquietante e pericoloso, certamente nuovo ed inesplorato per lui, cowboy senza sella né pistola nella fondina, armato della sola curiosità per il mondo e diretto verso la frontiera dell’età adulta e dal superamento della confortante dipendenza da un bambino.

Il realismo grafico dell’ambientazione è ormai indiscutibile e solo la stilizzazione delle figure umane segnala il film come animazione. Benché prigionieri di una caratterizzazione stereotipata da sit-com portata all’eccesso delle conseguenze o del loro opposto per evidenti finalità comiche (il dinosauro pauroso, l’unicorno pessimista), la definizione dell’artificialità espressiva dei giocattoli diventa sottolineatura di una sensibilità sempre più sfumata, come l’interiorizzazione delle emozioni per attori dalla recitazione sobria. Questa compassatezza si trasforma in Woody in evoluzione, fuga dalla gabbia della propria prestabilita natura e dalla ripetizione delle consuete dinamiche: definitivamente antropizzato, il cowboy diventa più umano degli uomini che lo circondano e si staglia dai suoi compagni d’avventura. Così il mandriano di pezza finirà per fondersi con l’ambiente, si conquisterà un ruolo diverso amalgamandosi al contesto e al suo accentuato fotorealismo per portare a compimento l’animazione dei giocattoli e la loro umanizzazione, ormai indipendenti dagli uomini, dotati di vita propria e non solo di autonoma coscienza che lo porterà ad unirsi agli apocalittici e ad abbandonare gli integrati.

Ma è il film tutto che si muove nel tentativo di trovare un senso per sé come individuo all’interno di un contesto sociale in movimento, sino a dover scegliere di cambiare per conquistarsi un differente ma più completo equilibrio. In fondo non ci sono colpevoli o veri cattivi tra i personaggi, solo traumi mai superati (come già nel collezionista infantile del secondo film o negli arcinemici degli Incredibili) che bisogna imparare a riconoscere per impedirne l’influenza nefasta cercando la via di una serena convivenza, anche se l’armonia del passato, che animava le precedenti puntate, non sarà più possibile.

Se gli spettatori sono cresciuti con i personaggi della Pixar, Woody dimostra l’invecchiamento dell’impianto nel suo continuo sfruttamento delle medesime dinamiche e la necessità di un cambiamento nella narrazione, parallelo anche alla trasformazione tematica e contenutistica imposta dal nuovo esibito moralismo hollywoodiano di cui è segnale la sostituzione di Lasseter, additato come molestatore, alle redini del film e dell’intera compagnia. Inoltre, sia nell’elemento gotico, che rimanda al dittico di horror psicologico di Aldrich con Bette Davis, che nella contrapposizione tra le due antagoniste, la bambola sadica e l’eroica pastorella liberata, nonché nell’appartenenza di tutti i pupazzi ad una bambina, il film definisce un universo di riferimenti quasi esclusivamente femminili e termina con il logico passaggio delle consegne e della responsabilità morale sul gruppo di giocattoli animati alla cowgirl Jessie, nuovo sceriffo in città.

Ed è in questa malinconia di un tempo che termina che si stempera il riso giocoso dell’infanzia (e degli altri film) e si fa largo, nell’incertezza paurosa dell’ignoto, il coraggio del cambiamento e di una diversa consapevolezza e definizione di sé, mentre il congedo dai giocattoli diventa inevitabile come lo è crescere e muoversi nel mondo degli adulti per quei bambini che con loro si sono divertiti, dopo un ultimo giro di giostra in quel luna park della fantasia che la Pixar ha inventato e fatto vivere con plastica evidenza per due decenni e mezzo.

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