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Il meglio deve ancora venire

Regia di Matthieu Delaporte, Alexandre de La Patellière vedi scheda film

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La recensione su Il meglio deve ancora venire

di supadany
6 stelle

Festa del Cinema di Roma 2019 – Selezione ufficiale.

Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi, poiché più tempo trascorre, più una questione spinosa peggiora e l’attimo ideale per chiudere la pratica sfugge dalle mani.

D’altro canto, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Se già non troviamo il coraggio di comunicare una notizia, l’interlocutore deve fare la sua parte, evitando di comportarsi come un alieno caduto dal cielo. 

A prescindere dalle difficoltà e dai fraintendimenti del caso, i nodi vengono sempre al pettine.

Nonostante siano diversi in tutto e per tutto, Arthur (Fabrice Luchini) e César (Patrick Bruel) sono grandi amici di vecchia data.

In seguito a un malinteso, Arthur scopre che César ha un cancro ormai in fase terminale ma non trova il coraggio di dirglielo. Addirittura, César arriva a credere che il malato sia proprio Arthur.

Durante questo stallo, decideranno di trascorrere alcuni giorni insieme, per recuperare il tempo perduto e realizzare i loro sogni nel cassetto, cimentandosi in tutto quanto, per un motivo o per l’altro, non sono mai riusciti a compiere.

Presto o tardi che sia, la verità dovrà venire a galla e la sabbia nella clessidra della loro disponibilità scende inesorabilmente.

Fabrice Luchini, Patrick Bruel

Il meglio deve ancora venire (2019): Fabrice Luchini, Patrick Bruel

Sette anni dopo il fragoroso successo ottenuto da Cena tra amici, Mathieu Delaporte e Alexandre de La Patellière provano a ripetersi, con una commedia strutturata, nella quale ogni diramazione è frutto di un calcolo, non per forza di cose esatto.

La formula è presto detta. Il tema dell’amicizia si coagula con la malattia, ogni occasione è buona – o meglio, un pretesto – per infilare gag a getto continuo e inaugurare un prolifico botta e risposta, una lacrimuccia non la si nega a nessuno e infine anche il romanticismo ottiene il suo minuto di gloria.

Dunque, la tavola è apparecchiata nel nome di un menù sostanzioso, completata da carinerie sparpagliate qua e là, equivoci e incomprensioni, un’intelaiatura ideale per capitalizzare le innegabili abilità dei due protagonisti.

Così, il brillante Fabrice Luchini si ritrova tra le mani un personaggio puntiglioso e scorbutico, con un cospicuo numero di idiosincrasie da sventagliare. Invece, Patrick Bruel ha a che fare con un uomo sfacciato e inaffidabile, capace di scherzare anche in situazioni a dir poco inappropriate.

Anche questi tratti sono delineati con piena consapevolezza – volendo, è possibile definirli macroscopici -, due poli opposti intonati allo svergognato esibizionismo del film. Una dramedy in moto perpetuo, edulcorata senza precipitare nel pantano di una prolungata seriosità e sempre pronta a sfoderare un tonificante calembour, insegnando che la vita va assaggiata e goduta in tutta la sua bellezza finché ne abbiamo la possibilità.   

Un po’ arruffone ma anche spudoratamente travolgente.

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