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Bird Box

Regia di Susanne Bier vedi scheda film

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La recensione su Bird Box

di supadany
6 stelle

Per quanto non sia possibile stabilire come e quando, verrà il giorno in cui l’umanità sarà dilaniata da un evento devastante, di dimensioni tali da trasformare radicalmente quanto prodotto in decenni di prosperità e quell’ordinamento convulso che negli ultimi anni ha preso il sopravvento. Chiaramente, siamo assolutamente in grado di fare tutto da soli, di radere al suolo quanto costruito con le nostre mani, come più volte è successo nel corso del tempo, ma potrebbe anche sopraggiungere un intervento esterno.   

In materia, tra fantascienza e distopie varie, il cinema continua a sbizzarrirsi, tanto che aggiungere sostanza a quanto già proposto è virtù rara. Anche Bird box non riesce nell’impresa, finendo per assumere le sembianze di un’ibridazione di spunti già visti altrove, per giunta senza predisporre un rendiconto particolarmente succulento.

Mentre Malorie (Sandra Bullock) sta per portare a termine un’attesa gravidanza, il mondo che conosciamo è scosso da un’improvvisa follia collettiva, generata da misteriose creature alle quali basta essere osservate un solo istante per scatenare negli esseri umani i peggiori istinti autodistruttivi.

Per un po’ di tempo, Malorie trova rifugio in una casa insieme a uno sparuto gruppo di sopravvissuti, tra i quali Tom (Trevante Rhodes) assume il ruolo di prezioso sostegno, ma è consapevole che non può essere una soluzione duratura. Così, arriverà il momento di affrontare il viaggio della salvezza, da intraprendere senza poter fare affidamento sul senso fondamentale per orientarsi: la vista.

 

Sandra Bullock

Bird Box (2018): Sandra Bullock

 

Quattro anni dopo il deludente Una folle passione, seguito da un intermezzo seriale assai più convincente (The night manager), la danese Susanne Bier, già autrice di un’opera premiata con l’Oscar per il miglior film straniero (In un mondo migliore), torna a prendere le redini di una produzione americana.

Bird box non è farina del suo sacco (la sceneggiatura è siglata da Eric Heisserer, che intorno ad Arrival ha razzolato male) e si vede, difettando soprattutto in personalità, di cui le sue opere danesi - Open hearts, Non desiderare la donna d’altri e Dopo il matrimonio - sono intrise.

Di fatto, la composizione è derivativa. Dopo l’udito, espediente chiave del successo planetario di A quiet place – Un posto tranquillo, questa volta tocca alla vista, mentre gli effetti provocati sull’uomo conducono direttamente a quanto proposto da E venne il giorno.

Nel primo caso, lo sfruttamento della chiave di volta porta a risultati intermittenti, mentre nel secondo confronto non si va oltre a frammenti episodici, d’impatto assai minore, per quanto l’evocazione sia sostenuta (ad esempio con lo spostamento delle foglie per identificare l’avvicinamento della minaccia).

Più in generale, Bird box tiene, nonostante la scomposizione in una doppia linea temporale non dia sempre i suoi frutti, la suspense non è costante ma ha delle impennate rispettabili, mentre la scelta di manovrare sul non visto è saggia (inizialmente, la produzione aveva previsto di mostrare le creature ostili, di cui erano già state preparate le bozze).

Grazie a quest’ultima disposizione, l’insidia galleggia nell’aria, ma la progressione finisce precocemente per incanalarsi in un’esecuzione rituale, di cui il finale è l’esempio più eclatante, e dalla quale non fuoriescono sorprese effettive.

Tra le altre cose, Sandra Bullock ricopre un ruolo di madre coraggiosa con cui fa valere una determinazione pervicace, mentre il film si avvale di contributi tecnici di prima fascia, come la fotografia di Salvatore Totino - abituale collaboratore di Ron Howard, al servizio di Oliver Stone in Ogni maledetta domenica e per videoclip di artisti come i R.E.M. (What’s the frequency, Kenneth?), U2 (Staring at the sun) e Radiohead (Fake plastic trees) – e soprattutto delle musiche di Trent Reznor e Atticus Ross che, nei momenti migliori, sorreggono appieno le immagini.

 

Trevante Rhodes, Sandra Bullock

Bird Box (2018): Trevante Rhodes, Sandra Bullock

 

In ogni caso, Bird box ricorre ad armi convenzionali, sparando talvolta a salve, con dinamiche solo saltuariamente spremute (ad esempio, il valore aggiunto di un vedente poteva essere anticipato), ferree regole di sopravvivenza e il pericolo omnipresente eppure non capitalizzato da una concentrazione che perde spesso di tono.

Contenuto nell’anatomia degli eventi e imbrigliato nell’intreccio, comunque dignitoso, anche qualcosa di più se affrontato come prodotto for dummies.

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