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Bashù, il piccolo straniero

Regia di Bahram Beizai vedi scheda film

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La recensione su Bashù, il piccolo straniero

di Peppe Comune
8 stelle

Nella guerra tra Iran e Iraq, un bambino di otto anni di nome Bashù (Adnan Afravian) perde tutta la sua famiglia. La regione dove abita il bambino è ricca di giacimenti petroliferi e i bombardamenti hanno devastato ogni cosa. Dopo un lungo viaggiare su diversi mezzi di fortuna, Bashù arriva nella zona più interna del paese, che sembra sentire molto meno dei contraccolpi funesti della guerra. Quasi per caso si imbatte in Naii (Susan Taslimi), una contadina che vive sola coi suoi due piccoli figli in attesa del marito partito per la guerra. Bashù è di etnia araba, parla una lingua diversa ed è di pelle scura. Basta questo per far sì che le persone del luogo lo trattino con molta diffidenza. Ma Naii non se ne cura, lei accoglie questo strano ragazzo che rimane ostinatamente in silenzio, aiutandolo a superare un dramma che non sa esprimere a parole ma che porta stampato in faccia.

 

Cinema Iraniano: Bashù il piccolo straniero, Bahram Beizai (1989)

"Bashù, il piccolo straniero" - Scena

 

Come spesso succede nel cinema iraniano, il mondo è visto ad altezza bambino, come se la macchina da presa fosse posizionata in modo da riflettere la loro necessaria condizione di debolezza. Sono loro i più esposti alle intemperie sociali, quelli che subiscono i contraccolpi più evidenti delle cose cattive che fanno i grandi. È attraverso i loro occhi che molti film iraniani disegnano traiettorie visive che stupiscono ogni volta per l’incantevole naturalezza con cui si sanno imporre. È attraverso la loro innocenza calpestata che si raccontano i caratteri contraddittori di un intero paese. Sempre oscillando tra il piglio realistico e l’afflato poetico. Quello che colpisce di questo cinema è il modo semplice di raccontare, il saper penetrare la complessità delle cose limitandosi ad aderire ai contorni delle loro forme.

In questo quadro poetico, “Bashù, il piccolo straniero” di Bahram Beizai si è imposto come un film molto esemplificativo, sia per come fissa nello sguardo smarrito di un bambino di otto anni tutto l’orrore che la guerra sa produrre, sia per il modo tutt’altro che pacifico con cui instaura le sue relazioni con il mondo dei grandi. Centrale è il tema dell’incomunicabilità, espresso attraverso diversi modi e seguendo concomitanti disegni sociali. Il primo è quello più tangibile della lingua, che basta a rendere “straniero” un bambino iraniano che vive solo in un'altra regione. Il piccolo Bashù ha un dolore grande che non riesce a comunicare, una paura in fondo al cuore a cui non riesce a dar voce. E non capirsi non fa altro che accrescere di senso l’insinuarsi delle vicendevoli diffidenze. Il secondo fattore a determinare un evidente deficit comunicativo tra Bashù e la comunità in cui trova riparo è lo “strano colore della sua pelle”. Dopo una fuga temeraria da una guerra che gli ha letteralmente tolto ogni cosa, Bashù viene scambiato inizialmente per un bambino sporco e non per un bambino nero. Una cosa che parrebbe solo tragicomica se non fosse che dietro questo atteggiamento, praticato con estrema naturalezza dalla maggior parte della gente del posto, si palesa l'attitudine a riconoscere l’altro più come un membro di “un’altra razza” che come una vittima dello stesso mondo. Un altro fattore è quello che si scorge in filigrana nella variegata morfologia del territorio iraniano, che contribuisce ad acuire il senso di gravità della distanza più della distanza stessa. Facendo apparire mondi lontanissimi e incomunicabili una regione che brucia con i suoi pozzi di petrolio con un’altra che sembra immersa in un’attaccabile serenità bucolica.

Fa eccezione Naii, che sembra assorbire nella sua innata bonomia ogni artificiosa differenza sociale. A differenza di chiunque altro, lei cerca sin da subito di entrare in sintonia con questo strano ragazzo venuto da chissà dove. Ha già due bambini da accudire la donna ma ha il coraggio di accoglierne un altro, perché così come si diletta a parlare alle aquile in volo, allo stesso modo può cercare di penetrare l’ostinato silenzio del piccolo Bashù. Naii ha un marito lontano che non sa se rivedrà più. E gli basta questo per fargli preferire l’accoglienza amorevole di un fuggitivo allo smarrimento calcolato della comprensione umana. Non è semplice pietà quella che la donna prova per Bashù, ma un trasporto sentimentale che nasce istintivo, quando dentro il linguaggio del corpo del bambino scorge un dramma che potrebbe riguardargli.  

Il finale, se non è l’unico possibile è quello che meglio si avvicina al carattere umanista voluto per il film. E si compie evitando con delicata accortezza che il trionfo dei buoni sentimenti degeneri nella retorica di maniera. Il marito di Naii e Bashù si riconoscono l’un l’altro come vittime di uno stesso destino. Il ragazzo ha una nuova famiglia in cui poter ricominciare. La famiglia ha un nuovo figlio da crescere in fretta. Gioiello del cinema iraniano.      

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