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Joker

Regia di Todd Phillips vedi scheda film

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La recensione su Joker

di Peppe Comune
8 stelle

Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) è un uomo problematico che soffre di depressione e di un disturbo psichico raro che si manifesta attraverso attacchi di risata incontrollata. Vive in un piccolo appartamento dei bassifondi di Gotham City insieme all’anziana madre Penny (Frances Conroy), una teledipendente avvinta dai tristi ricordi di un amore non corrisposto.  Ricorda sempre con nostalgia i momenti in cui lavorava in casa di Thomas Wayne (Brett Cullen), insinuando nel figlio il fondato sospetto che lui sia il padre che non ha mai conosciuto. Arthur sogna di diventare un comico di successo esattamente come il presentatore televisivo Murray Franklin (Robert De Niro), suo modello designato. Intanto si traveste da Clown e lavora come animatore alle feste per bambini. Ma la vita rimane grama come sempre per Arthur Fleck, non svolta mai verso la direzione desiderata. Gli insuccessi si accumulano, così come i gesti di esplicita disumanità di cui viene fatta oggetto la sua persona. La società gli è aliena e il suo mentore televisivo si è trasformato nella fonte principale del suo malessere. È ora di cambiare strategia, di trasformarsi in Joker. E di rendersi disponibile per assumere il ruolo di comandante in capo di tutti gli emarginati sociali della città.   

 

Joaquin Phoenix

Joker (2019): Joaquin Phoenix

         

“Joker” di Todd Phillips (Leone d’oro all’ultima mostra del Cinema di Venezia) è un film che riesce nel compito non sempre facile di coniugare le esigenze commerciali con quelle più strettamente cinematografiche, di adattarsi, sia alla domanda di “evasione” proveniente da un pubblico più generalista, che alle pretese “autoriali” dei cinefili più incalliti. Il film si regge soprattutto sul corpo e la faccia malleabili di uno strepitoso Joaquin Phoenix, anima meditabonda di una storia che è attraverso la sua personalità complessa che sfugge ai richiami rassicuranti del “mainstream”. Ma importante è anche il ruolo attribuito alla presenza invasiva della televisione : mezzo designato per l’educazione in vita di Arthur Fleck e fine ultimo verso cui indirizzare i suoi sogni di gloria. Un binomio inscindibile che si fa specchio fedele della lenta ma inesorabile trasformazione dell’uomo. Il tema portante del film e motivo di massimo interesse. Perché la televisione genera continuamente mostri, credendo che siano tutti addomesticabili e quindi innocui.

Una cosa che mi ha colpito di “Joker” è stata l’esplicita connotazione politica attribuita al film. Il fatto che il demone della violenza che si impossessa di Arthur Fleck ha una sua concreta aderenza con l’andamento sistemico del mondo. Una cosa totalmente svincolata dalle “futuribili” fantasticherie “batmaniane” in cui Joker diventerà l’acerrimo nemico dell’uomo pipistrello. Stiamo dentro le cose reali, alle sofferenze dei comuni mortali, ai loro disagi emotivi. La tesi di fondo è che se un qualsiasi uomo, piuttosto che essere ascoltato viene emarginato, piuttosto che essere aiutato in ragione della sua solitudine interiore viene abbandonato in virtù della sua non aderenza alle “normali” faccende del mondo, se il suo disagio sociale, piuttosto che essere risolto diventa oggetto di pubblico dileggio, è molto probabile che quest’uomo possa trasformarsi in una bomba sociale pronta ad esplodere da un momento all’altro. Quest’uomo è Arthur Fleck, che trasfigura la sua debolezza in vendetta trasformandosi in Joker, un catalizzatore attivo di ogni virus antisociale. Lui diventa quello che rappresentarono Bonnie e Clyde (resi al cinema nel bellissimo “Gangster Story” di Arthur Penn) durante il periodo della crisi economica del 1929 : il simbolo di un malessere diffuso che trova nell’inaspettata e baffarda incarnazione di un ribelle la possibilità di prendersi l’agognata rivincita contro chi è abituato speculare sulle profonde diseguaglianze sociali. Un’assonanza ancora più evidente se si considera il ruolo svolto dai media, sia attraverso la loro innata capacità di confondere i fatti reali con la finzione scenica, sia producendo uno spirito di emulazione che ci impiega poco a generare i suoi epigoni sociali. Arthur Flick è l’uomo che ha subito tutto il peso dell’insensibilità umana e del rancore rimasto a covare. Si trasforma così in Joker, simbolo di una ribellione più estesa che aspettava solo una guida credibile per poter emergere in superficia. Avvinto dalla constatata improduttività del suo rimanere inerme, Joker diventa l’ombra nera che rimarrà ad aleggiare sopra la vita brulicante di affari di Gotham City. Un male che si alimenta di tutto il bene che gli è stato negato, tanto più esplosivo quanto meno si cerca di rimuovere le cause sociali che l’hanno prodotto.

Molto interessante è il filo rosso che lega questo film di Todd Phillips a “Re per una notte” di Martin Scorsese, e non solo per la fondamentale presenza di Bob De Niro, in un cambio di prospettiva che qui lo fa essere l’alter ego di quel Jerry Langford (un mattatore televisivo interpretato da Jerry Lewis) che per il personaggio da lui interpretato (l’aspirante comico Rupert Pupkin) nel capolavoro scorsesiano rappresentava la fonte principale del suo malessere. Ma soprattutto perché entrambi i film giocano sul rapporto dialettico tra le aspirazioni di un giovane comico di diventare famoso e il palcoscenico televisivo che gli garantisce le necessarie luci della ribalta, tra la fascinazione indotta per il mezzo televisivo e la scoperta che lo spettacolo televisivo svuota di senso i contenuti umanizzanti del reale. Come Rupert Pupkin, anche Arthur Fleck si sceglie come mentore da prendere a modello l’anchorman televisivo, l’uomo di successo che si trova nella posizione in cui lui desidera arrivare. Ma come succede in “Re per una notte”, il divo da prendere ad esempio si trasforma nella sua nemesi “giustizialista”. C’è sempre un filtro tra Arthur e l’esistenza che vorrebbe fare, tra la verità di una vita che gli si rivela essere carica di menzogne e la finzione televisiva che impara a conoscere meglio nella sua natura effettiva. Un filtro che è quanto basta per farlo sentire un orfano delle umane comprensioni, una personalità complessa che la società ha bollato come un disadattato irrecuperabile. Una maschera rabbiosa che decide di soffocare i sogni di gloria di chi aveva creduto fino in fondo nella possibilità che si potessero realizzare. Trasformando la risata compulsiva in un ghigno malefico, il trucco canonico di un clown da operetta nella maschera da “nuovo” leader dei giullari di Joker. Il nuovo principe del male, con tutte i requisiti in regola per assecondare in pieno le richieste populistiche di quanti sono alla ricerca di un capo della rivolta.  

Se mi sembra superfluo sottolineare la magistrale interpretazione di Joaquin Phoenix (dato che lo ha fatto praticamente tutto il mondo), altrettanto non faccio riguardo al vizio (ormai) solo italiano di doppiare ogni film. Ora, al di là della bontà in sé del doppiaggio e della bravura di ottimi professionisti del settore, credo che un paese dalla grande tradizione culturale come l’Italia meriti, come minimo, che ai suoi cittadini venga offerta la possibilità di scegliere tra la versione doppiata e quella originale sottotitolata. Ma rispetto a questo problema ormai endemico, che non meriterebbe una tale precisazione se non fosse per la sensibilità che si prova per l’emancipazione culturale dell’intero paese, nel film succede una cosa che da l’esatta misura di quanto la battaglia di cui sopra sia destinata ad evaporare ad oltranza in un nulla di fatto. Capita più volte nel film (5 o 6 più o meno) che la macchina da presa mostri in primo piano un foglio con su scritto sopra delle cose. In quei precisi momenti, vedere su quei fogli delle frasi scritte in perfetto italiano mi è sembrata una cosa così ridicola che credo meriti di essere denunciata davanti al tribunale dell’intelligenza.

Grande film comunque, nonostante queste parentesi inopportune.   

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