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Terminator: Destino oscuro

Regia di Tim Miller vedi scheda film

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La recensione su Terminator: Destino oscuro

di lussemburgo
5 stelle

Riprendendo il paradosso temporale su cui l’intera saga è costruita, l’ultimo Terminator, saga cinematografica iniziato da James Cameron recupera il regista originale in veste di produttore e si sbarazza dei capitoli successivi al secondo di cui, di fatto, diventa la continuazione diretta (come nel breve corollario televisivo delle Sarah Connors Chronicles). Il balzo indietro nel tempo permette quindi di azzerare la narrazione, eliminare il terzo capitolo con il definitivo trionfo delle macchine che sembrava essere stato interrotto dal secondo film, sorvolare sul IV film (Salvation), variante dickiana con robot inconsapevole in pieno impero di Skynet e, soprattutto, sulla penultima pellicola con i mondi paralleli di realtà alternative create dai balzi temporali e molta confusione tra recupero dell’originale e sviluppo autonomo. Riazzerando quindi il materiale e il racconto, il film si apre laddove terminava Il giorno del giudizio e offre un sottofinale a quella vicenda: la vendetta delle macchine per la sconfitta di Skynet con la soppressione del piccolo Connor, figura diventata priva di senso nella cronologia alterata degli eventi.

Dopo questo scioccante epilogo introduttivo, il film riparte con nuovi viaggi nel tempo tra cyborg di metallo liquido e umani potenziati e un assetto di protagoniste femminili, tra cui la recidiva e ritrovata Linda Hamilton diventata vendicatrice solitaria che, come la protagonista di Halloween, è invecchiata ad attendere il ritorno del mostro affinando le proprie armi ed elaborando strategie di combattimento. Oltre al rinnovamento di genere, il cast del film offre anche un cambiamento etnico con una forte presenza di latino-americani sia nell’androide cacciatore (Gabriel Luna) che nella nuova protagonista giovane Dani Ramos (Natalia Reyes), con parte dell’ambientazione in Messico. Colpisce la strana assonanza della preminenza femminile e latina con un altro capitolo (terminale?) di una serie cinematografica iniziata negli Anni 80, con l’ultimo Rambo, triste conclusione del pur mesto personaggio di Stallone, tra ricapitolazione narrativa e capitolazione stilistica nel tronfio di un film scialbo e superfluo di cui si salva solo il sottotitolo: Last Blood.

Pur con questi aggiornamenti e una rivisitazione dell’intera trama, restano fermi gli assunti iniziali: il viaggio nel tempo a cambiare il passato, il governo delle macchine, l’inseguimento e lo scontro mortale con i Terminator, la rilettura in positivo del robot interpretato da Schwartzenegger (e la fornitura di materiale per successive rielaborazioni).

Della regia grandguignolesca e sarcastica di Miller sfoderata nei Deadpool poco rimane, se non l’efficacia action e l’osservanza scrupolosa del disegno dell’inventore primigenio, quel James Cameron che, tornato in possesso dei diritti sui film e sul personaggio, orchestra la ripartenza del franchise tra fedeltà e innovazione con una nuova eroina futura, una potente arma biologica tecnologicamente potenziata, due vecchi compagni d’armi. Tra inseguimenti autostradali, macchinazioni artefatte con mascheramenti liquidi, confronti armati muscolari, innumerevoli vittime collaterali, tragedie familiari e ben più ampi destini in gioco, il film avanza con stanca efficacia, cercando di sorprendere con le piccole variazioni sul tema, sulla natura della piccola vittima predestinata, sull’umanità crescente del cyborg ingrigito, sull’astio mai represso di Sarah Connor.

E, in fondo, pur volendo andare altrove, non offre molto più di un mash-up delle derivazioni dei capitoli oscurati, tra realtà alternative, antagoniste femminili, protagoniste giovani, androidi emotivamente consapevoli con aspirazioni umane e l’inevitabile approssimarsi della singolarità tecnologica. Tutto cambia per non cambiare, è il paradosso di film analogico che si nasconde dietro l’inganno invisibile di alterazioni digitali che mistificano la natura meccanica di un racconto che si ripete all’infinito nel suo loop temporale, come gli ingranaggi metallici in azione sotto le mentite scorze di carne del Terminator originario.

 

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