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La classe operaia va in Paradiso

Regia di Elio Petri vedi scheda film

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La recensione su La classe operaia va in Paradiso

di Gangs 87
9 stelle

Una fila di uomini si accalca sulla neve, lentamente si dirige all’interno di questa fabbrica, una qualsiasi di una qualsiasi periferia di una qualsiasi grande città, pur essendo chiaro che siamo a Milano o giù di li. Ma la storia che racconta Elio Petri, quella delle lotte dei sindacati che tentano di salvaguardare i lavoratori a cottimo con cui all’epoca si arricchivano gli imprenditori, può essere traslata in ogni luogo d’Italia in cui ci sia stata una fabbrica.

 

E allora si entra, in questi luoghi anonimi dai tetri colori, in cui l’unico rumore che si sente è quello degli ingranaggi che si muovono e l’unica cosa che si vede sono i pezzi che si creano, si plasmano dal sudore costante e dal lavoro incessante di uomini e donne diventati statistiche, numeri di pezzi prodotti al minuto. Otto ore senza sosta, con una misera pausa pranzo, annunciata da sirene assordanti e dittatoriali, in cui la voglia di mangiare ti passa. Si torna a casa che è già buio e dopo cena il sonno movimentato culla le poche ore di riposo di Lulù, protagonista principale attorno al quale ruotano tutte le vicende, interpretato visceralmente da un Gian Maria Volontè all’apice della sua carriera sconfinata.

 

In quella fabbrica Lulù ci ha improntato la sua intera esistenza costellata da cancelli, che vede ovunque, che sono ovunque. Al manicomio dove va a trovare Il Militina, ex collega condotto alla follia dagli estremi ritmi lavorativi della fabbrica. Alla scuola del figlio della compagna, interpretata da Mariangela Melato, sublime come sempre, dove l’analogia tra alunni e operai (entrambi a fine giornata corrono felici verso i cancelli aperti) ci viene fatta notare dallo stesso Lulù quando, per ben due volte, dice al ragazzino che sembrano tutti degli "operai piccoli" come se, il sistema di sfruttamento messo in atto dalle fabbriche fosse i effetti la realtà che ci circonda, senza eccezioni di sorta.

 

La fabbrica è uno sfondo perenne nella vita di Lulù. È alle sue spalle anche durante l’amplesso fedifrago e, dopo che per un infortunio in cui perde il dito e si ribella allo sfruttamento venendo di conseguenza licenziato, se la porta fin dentro casa, l’unico posto privo di cancelli, dove decide di ospitare i sindacalisti ribelli, che promettono di aiutarlo, proprio loro, quelli che propagano le leggi e sono i primi che fanno fatica a rispettarle.

 

Il malato sistema di cui è vittima conduce Lulù alla depressione, quando gli amici sindacalisti lo lasceranno solo, dopo che ad abbandonarlo era stata anche la sua donna, perdendo quindi la compagna e la compagnia, come a voler dire che al peggio non c’è mai fine, vagherà spesso fuori ai cancelli di quella fabbrica e, quando proverà ad aggirare le guardie, ci troviamo di fronte ad una visuale ben palese della realtà distorta in cui l'uomo vive: l’inquadratura è divisa in due, da una parte la fabbrica dall’altra Lulù che in realtà non è vittima di un sopruso ma si trova in uno stato di libertà inconsapevole, forse ormai incapace di godersela.

 

L’alienazione del lavoro di fabbrica è definitivamente esposta nelle ultime inquadrature quando gli operai, Lulù compreso, sono impiegati in una catena di montaggio che pur essendo fisicamente peggiore del lavoro precedente gli concede l’illusione del cambiamento (il sindacato mi ha tutelato) che non è però miglioramento (il sindacato mi ha tutelato?) e palpabile è la rassegnazione che rasenta al follia in cui ad un certo punto il protagonista finisce proprio per sguazzarci allegramente.

 

L’ultima sequenza, con quel motore che passa dalla catena di montaggio sul carrello elevatore trasportato da un uomo, di una certa età, su cui incombe il dito dipinto sul muro, che è la stessa identica immagine che vediamo nelle scene iniziali del film, è la conferma che laddove tutto sembra cambiare nulla muta mai davvero.

 

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