Espandi menu
cerca
La classe operaia va in Paradiso

Regia di Elio Petri vedi scheda film

Recensioni

L'autore

sasso67

sasso67

Iscritto dal 6 dicembre 2002 Vai al suo profilo
  • Seguaci 90
  • Post 64
  • Recensioni 4476
  • Playlist 42
Mandagli un messaggio
Messaggio inviato!
Messaggio inviato!
chiudi

La recensione su La classe operaia va in Paradiso

di sasso67
10 stelle

Se per Poe «tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno in un sogno» (A Dream Within A Dream), parafrasando, si potrebbe affermare che il paradiso della classe operaia è una nebbia dietro un muro nel sogno dentro un sogno di un pazzo.
Il film di Petri, invece, è un'analisi rabbiosa ma lucida della condizione della classe operaia italiana agli albori degli anni Settanta, poco dopo il famoso autunno caldo del 1969, a seguito del quale scaturì, verosimilmente, la strategia della tensione (gli attentati culminati con la bomba di Piazza Fontana) e, di conseguenza, si manifestò il deflagrare della lotta armata eversiva.
Dal punto di vista politico, il film piacque poco, ovviamente a destra e, meno ovviamente, a sinistra, dove fu stroncato con ancora maggiore virulenza. Male incolse perfino a Valentino Parlato, fondatore del manifesto, per aver parlato, sulle pagine di quel quotidiano, benino della Classe operaia... O meglio, per avere scritto che il film di Petri, pur non essendo un'opera militante e quindi politicamente insufficiente, rispecchiava la realtà caotica in cui si dibatteva la classe operaia, tra pulsioni verso la rivoluzione proletaria e controspinte sindacali, per una lotta tendente ad ottenere dai "padroni" progressivi benefici in termini di diritti e di riconoscimenti economici, a fronte di un aumento della produttività industriale e che, quindi, questo film poteva costituire una base interessante per una discussione.
La critica fatta da Petri, infatti, si appuntava su tutte le componenti dello scenario, dai dirigenti aguzzini, con i loro scagnozzi armati di cronometro e tabelline di marcia, alle tute blu, divise e addormentate dalla televisione e dal calcio («Noi compriamo il Beckenbauer per 400 milioni!» proclama il milanista Lulù, sfogliando le pagine di un giornale sportivo; «e noi compriamo Gigi Riva!» ribatte l'Arturo, figlio juventino della compagna), dai sindacalisti "confederali" agli spontaneisti, fino ad arrivare alla galassia anarcoide e frastagliata degli studenti in servizio di protesta permanente ed effettivo. E credo che al regista abbiano fatto davvero male tante critiche, puntuali, ma alla luce dell'oggi assai ottuse, che gli provenivano dalla parte politica indubbiamente a lui più vicina. Solo per restare al quotidiano all'epoca diretto da Luigi Pintor, da parte del critico Giorgio Cremonini (grande esperto di Chaplin e Keaton) venne rimproverato a Petri di avere dato un quadro falso di un ceto operaio privo di coscienza di classe, sostanzialmente prigioniero del consumismo (per inciso, direi che il critico, nel corso del tempo, potrebbe essersi ricreduto: non è un caso che nel suo interessantissimo sito internet http://www.cinemacremonini.altervista.org/index.html pubblica una miriade di articoli di argomento cinematografico, con scritti anche risalenti agli anni Settanta, ma manca, salvo miglior verifica, qualsiasi riferimento a Elio Petri), mentre il futuro dirigente del PCI (e del PD) Vincenzo Vita su quelle stesse pagine accusava il film di Petri di essere sostanzialmente revisionista. Su altri fogli, più movimentisti (tipo La vecchia talpa), fra le altre cose, si accusava il regista romano di non avere saputo e voluto «discriminare nel coacervo dei gruppetti», facendo «dei suoi studenti una sintesi di tutte le tendenze»: un addebito abbastanza risibile, anche perché per dare un'idea di tutti i gruppuscoli della sinistra extraparlamentare sarebbe servito non un film, ma un'enciclopedia o uno sceneggiato televisivo, per non dire una telenovela (che poi si sarebbe generalmente conclusa con il PSI craxiano o una delle sigle berlusconiane).
Di queste critiche resta un'eco, per esempio, nella valutazione globalmente negativa che esprime, sulla Classe operaia..., Mereghetti nel suo Dizionario.
Ma la fatica, l'alienazione (stupendo il personaggio del vecchio operaio impazzito Militina, interpretato da Salvo Randone), i dissidi tra colleghi, quelli con chi (la parrucchiera Mariangela Melato) si sbatteva per integrarsi con la società dei consumi, le lotte sindacali, il dilemma tra richiamo e rifiuto della violenza, la solitudine dell'estrema reazione individualista (gli stessi studenti si rifiutano di prendere in considerazione il caso singolo), raramente sono stati descritti altrettanto bene che in questo film di Petri. E se la classe operaia, ieri come oggi, bene che le vada va in purgatorio, il cinema su questo soggetto sociale era stato messo da Petri e Ugo Pirro, con la collaborazione fattiva di Volonté, sullo stretto ed impervio sentiero che al paradiso poteva condurre davvero.

Ti è stata utile questa recensione? Utile per Per te?

Commenta

Avatar utente

Per poter commentare occorre aver fatto login.
Se non sei ancora iscritto Registrati