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Dolor y gloria

Regia di Pedro Almodóvar vedi scheda film

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La recensione su Dolor y gloria

di laulilla
9 stelle

Un racconto semplice e molto personale, quasi intimo, una confessione aperta come forse mai era accaduto, ma contenuta nei limiti di un rigoroso equilibrio formale che ci riporta ai migliori mélo del regista, che con leggerezza gentile, sa come mantenere alta l’emozione del pubblico, che lo ripaga, alla fine della visione, con sorridente commozione

L’apertura del film è insolita e originale: scorrono davanti ai nostri occhi gli eleganti disegni animati che illustrano l’anatomia umana, mentre la voce del protagonista, Salvador Mallo, di professione regista (Antonio Banderas, grandissimo alter ego di Almodovar) spiega l’interdipendenza dei nostri organi e accenna ironicamente alla difficoltà di trovare la giusta armonia fra loro: muscoli, scheletro, visceri e cervello sono strettamente collegati, così da risultare difficile comprendere se i nostri guai siano dovuti a improvviso incepparsi del meccanismo di funzionamento, o se dipendano invece da stati d’animo che ci portano a somatizzare le nostre paranoie.

 

Salvador ne sa qualcosa, infatti, ora che sta attraversando un momento difficile psicologicamente e che sta invecchiando nella malattia e nel dolore. È un cineasta famoso in difficoltà: una profonda crisi creativa, accompagnata da disturbi gravi, forse di origine organica, da tempo lo affligge (e lo apparenta a Marcello, l’immortale alter ego di Fellini in 8 e 1/2) privandolo delle idee necessarie per riconquistare il suo pubblico.

Il film alterna l’angoscioso presente con l’evocazione di un passato felice, quasi in una recherche proustiana di sé, che passa attraverso il percorso, a ritroso, nel mondo favoloso della propria infanzia povera, nella casa di Paterna, sfondo della sua educazione sentimentale, e delle prime manifestazioni dei propri orientamenti sessuali, in cui la giovane madre, amatissima (Penelope Cruz) aveva voluto trasferirsi per raggiungere il marito, emigrato per lavorare, nella Spagna miserabile e ancora franchista degli anni ’60.

Dal soffitto di quella grotta, Salvador vedeva solo piccoli quadrati di cielo, ma sognava e viaggiava con l’ immaginazione, alimentata dalle letture e dalla magia del cinema, per il quale egli aveva sempre nutrito un profondo e appassionato interesse. Evocare quel cinema è riportare alla memoria la stagione dell’estate con i suoi afrori “di gelsomino e di pipì” in uno struggente e commovente viaggio di riconquista della propria identità, che gli fa ritrovare l’amicizia dell’attore Alberto Crespo, (Asier Etxeandia) o l’affetto profondo per Federico, primo vero e grande amore (Leonardo Sbaraglia). 
La vecchia madre (ora è Julieta Serrano), suo riferimento costante, da poco lo aveva lasciato per sempre. Con lei egli aveva condiviso gioie e dolori nella bella e stravagante casa di Madrid, anche se ora, davvero solo, si tormentava per non averle dedicato maggiormente il proprio tempo ed era preso dai sensi di colpa, inevitabili quando si perdono le persone più amate.

 

 

Un racconto semplice e molto personale, quasi intimo, una confessione aperta come forse mai era accaduto, ma contenuta nei limiti di un rigoroso equilibrio formale che ci riporta ai migliori mélo del regista, che con leggerezza gentile, sa come mantenere alta l’emozione del pubblico, che lo ripaga, alla fine della visione, con la commozione sorridente di chi da tempo attendeva da lui una nuova grande prova. Un grazie davvero sentito.

 

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