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Io la conoscevo bene

Regia di Antonio Pietrangeli vedi scheda film

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su Io la conoscevo bene

di yume
8 stelle

Ellissi temporali e movimenti di camera nuovi in un cinema che andava scoprendo sconosciute capacità di racconto, la storia di Adriana, le sue risatine, la voce squillante, le parole semplici, tutto porta verso quel balcone aperto sul cortile del palazzo, ultimo atto di una storia annunciata.

 

Locandina

Io la conoscevo bene (1965): Locandina

Io la conoscevo bene è un film del 1965, quando la c.d. questione femminile in Italia era di là da venire, mancava ancora parecchio all’esplosione del ’68, (movimento che, peraltro, non ebbe particolare riguardo per la donna), tutto sembrava dovesse andare sempre nella stessa direzione a proposito di quella metà del cielo.

Di femminicidio non si parlava tanto, almeno non nelle dosi massicce enfatizzate dai media oggi, gli slogan femministi erano tutti da inventare, bisognò aspettare il 1974 per il primo riconoscimento ufficiale e la proclamazione della giornata dedicata ai diritti delle donne da parte delle Nazioni Unite.

Il 1975 fu “l’Anno Internazionale delle Donne” e da allora tanta strada è stata fatta, in bene e in male.

 

Stefania Sandrelli

Io la conoscevo bene (1965): Stefania Sandrelli

Allora chiediamoci: chi diceva di conoscere bene Antonio Pietrangeli, talentuoso regista oggi quasi dimenticato e prematuramente morto annegato nel ’68 a soli 49 anni a Gaeta, durante la lavorazione di un film?

Conosceva bene la donna, nella fattispecie la giovane Adriana interpretata da Stefania Sandrelli, astro nascente reduce da clamorosi successi, uno fra tutti Sedotta e abbandonata.

Chi conosce la filmografia, breve ma eccellente, di Pietrangeli può confermarlo, conosceva davvero bene la donna e sapeva come parlare di lei.

Giovane critico cinematografico negli Anni ’40, laurea in medicina, aiuto regista in Ossessione di Luchino Visconti, sceneggiatore con Pietro Germi, Alberto Lattuada, Mario Camerini e Roberto Rossellini, il cinema, e soprattutto le donne, l’hanno perso troppo presto.

Quello che va assolutamente riconosciuto è che fu un pioniere, almeno alle nostre latitudini.

Se infatti ci spostiamo un po’ più in là, verso Oriente e molto indietro negli anni, non possiamo non ricordare la straordinaria capacità di Mizoguchi di entrare nelle pieghe del cosiddetto mistero femminile cogliendone a fondo la natura.

Sempre nel mondo delle geisha, perfino il “virile” Kurosawa diede più volte prova di acume profondo sul tema donna.

E non dimentichiamo la mano delicatissima di Ozu tutte le volte che una donna compare sulla scena.

 

In occidente il neorealismo sdoganò la figura femminile, Magnani, Bergman, Loren, per citare alcune fra le più grandi, furono eroine di un mondo che si stava aprendo ad una rappresentazione non più oleografica o convenzionale dell’universo femminile, ma erano appunto eroine, protagoniste di momenti forti della Storia, del costume, di un cinema che raccontava vicende, pubbliche o private, che lasciavano il segno, erano memorabili.

 

La donna della strada, non la puttana ma l’equivalente femminile dell’uomo della strada, quella che attraversa anonima il tempo e lo spazio, rimase inascoltata. In fondo neppure le donne di Antonioni (tranne quelle padane miserabili di Gente del Po o le impiegatucce torinesi de Le amiche) riflettevano la quotidianità autentica di una donna di estrazione contadina o piccolo borghese che non lascia traccia, oggetto di attenzioni non disinteressate di uomini/meteore.

 

Spesso inurbata venendo dall’hinterland, questa donna cercava un riscatto alla miseria e allo squallore di famiglie dove padri e fratelli non erano esattamente i Fratelli Karamazov.

All’uomo cittadino, ricco o presunto tale, fascinoso e divertente, pochi scrupoli e bella vita a tempo pieno, questa donna credeva.

Catherine Spaak e Sandra Milo, e ora Stefania Sandrelli, furono il prototipo della donna sprovveduta, l’oca giuliva, in superficie, che si arrabattava, non lottava, semplicemente usava la sua bellezza come merce di scambio per una innocente transazione in cui era sempre destinata a fallire.

 

Dalla campagna pistoiese Adriana va a vivere a Roma. Non ha studi, cultura, pedigree, solo una bellezza giovane e sana, quella che fa gola perché non dà problemi.

Morale nessuna, neppure quella dei soldi perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono”.

 

Joachim Fuchsberger, Stefania Sandrelli

Io la conoscevo bene (1965): Joachim Fuchsberger, Stefania Sandrelli

E’ il ritratto delineato da uno dei suoi amanti per una notte, e la straordinaria capacità di Pietrangeli è di farci leggere il personaggio su due livelli paralleli, come la vedono e com’è realmente.

La Sandrelli è perfetta nel personaggio di donna un po’ sciocca, certo facile da irretire, protagonista di una controstoria degli anni felici del boom economico che aveva correnti carsiche pronte a riemergere fragorosamente.

Ellissi temporali e movimenti di camera nuovi in un cinema che andava scoprendo sconosciute capacità di racconto, la storia di Adriana, le sue risatine, la voce squillante, le parole semplici, tutto porta verso quel balcone aperto sul cortile del palazzo, ultimo atto di una storia annunciata.

L’attenzione con cui Pietrangeli coglie particolari che sfuggono facilmente, vibrazioni minime del suo personaggio, è grande.

A Roma Adriana non sembra perdersi d’animo, gli ambienti che frequenta sono tanti, cinema, moda, party per ricchi e arrivisti, il montaggio è agile, fra flashback e rapide sequenze  prive di seguito, ogni pezzetto della sua vita manca di finale, si apre e si chiude senza costrutto e quel che resta è la solitudine.

Adriana ha smarrimenti che Pietrangeli filma con la discrezione sobria dell’uomo che rispetta la donna, sono attimi quasi di fermo immagine, sembra che il mondo smetta per qualche secondo di girare.

Poi riprende l’allegra corsa verso le luci basse dei locali sul Tevere o le corse in spider rombanti sulla Colombo verso Ostia, gli anni erano quelli e le mode quelle, ma la meta ultima era sempre quella, un letto sfatto nella luce fredda del mattino.

Roma è un ventre caldo che di notte abbraccia e illude, ma intorno ad Adriana c’è sempre una sorta di innocenza e freschezza primaverile che torna nei toni chiari del giorno, nei suoi abitini anni ’60 che coprono, poco, un corpo giovane e intatto, che le mani maschili sfiorano e usano.

Le sfila accanto una galleria di uomini molto varia, nomi celebri di un cinema che negli anni ’60 ha fatto epoca, maschere di un mondo che loro dominano, plasmano, spesso insozzano.

Lei passa dall’uno all’altro come una farfalla leggera, il suo è un modo, l’unico, concesso a chi non ha risorse d’altro tipo, per smarcarsi dal ruolo di angelo del focolare, partigiana portatrice di cibo e messaggi in guerra, madre sempre incinta di nugoli di figli pigolanti intorno a tavole con la polenta al centro.

E’ la donna che vuol sentirsi libera, ma nulla e nessuno che le dia aiuto, le insegni consapevolezza.

Deve solo non sbagliare, altrimenti paga e non c’è appello.

C’era Sergio Endrigo a cantare …Adesso piangi adesso chiedi Un po’ d’amore sincero Un po’ d’amore per il tuo cuore Solo e malato Non c’è nessuno che ti dia un fiore Né una mano per le tue mani Mani bucate … perché naturalmenteè solo lei colpevole dei suoi fallimenti e lei sembra dire sì, è vero, è proprio così.

Ma Adriana non piange, c’è la finestra del balcone aperta e lei abita all’ultimo piano.Ci vuol poco.

 

 

 

www.paoladigiuseppe.it

 

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