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Io la conoscevo bene

Regia di Antonio Pietrangeli vedi scheda film

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La recensione su Io la conoscevo bene

di Kurtisonic
8 stelle

Oltre che poter essere considerato il capolavoro di Antonio Pietrangeli, Io la conoscevo bene cancella definitivamente la visione positiva della trasformazione della società italiana di quel periodo, ne descrive la problematica evoluzione e l’inadeguatezza strutturale. Il film smaschera e denuda i tentacoli del miracolo italiano che dalla ricostruzione del dopoguerra vuole frettolosamente agganciarsi a modelli culturali ed economici che non fanno parte della sua storia. Adriana, interpretata dalla diciannovenne Stefania Sandrelli, emigra dalle campagne toscane, giunge a Roma per cercare di entrare con ogni mezzo nel mondo dello spettacolo e della pubblicità. Il film si potrebbe accostare alla Doce vita, vista e vissuta dal basso, senza le proiezioni morali ed intellettuali che nell’opera felliniana danno una chiave di lettura dello scenario sociale, altrettanto pessimistica ma che rispetto al lavoro di Pietrangeli possiede una carica distruttiva, anarchica e popolare più contenuta. Se Mastroianni è l’eroe felliniano, testimone della disgregazione socio culturale fra contesti differenti raccordandoli con la sua naturale involuzione, in Io la conoscevo bene, la narrazione si mantiene assolutamente dentro lo scenario reale, il personaggio di Adriana è parte integrante e fondante dei mutamenti e delle contraddizioni sociali. Se Fellini crea un riuscitissimo cortocircuito empatico con le riflessioni del suo personaggio, Pietrangeli invece offre un punto di vista che resta molto interno alla vicenda, tenendo fermo lo sguardo sui pesanti interrogativi che solleva. Ne sortisce un ritratto femminile sconosciuto ai tempi, potenzialmente emancipato ma anche confuso e fragilissimo in contrasto con il ruolo mercificatore che la nuova immagine della donna sembra suggerire per arrivare ad occupare una posizione diversa all’interno della società. Adriana rivelerà tutto il suo smarrimento, l’amarezza e l’illusione di incarnare questa nuova figura senza la possibilità di comprenderne la natura. Sulla sua strada incontrerà solo squallidi opportunisti pronti a sfruttare la sua disponibilità. Pietrangeli opera una critica sociale a tutto tondo mettendo in rilievo la meschinità, l’inconsistenza morale e umana, riscontrabili in tute le fasce sociali. La giovane si mostra preparata a subire ogni tipo di prevaricazione e di mancanza di rispetto nei suoi confronti, ciò dovuto ai retaggi culturali della sua educazione, cattolicamente indotta alla sottomissione verso chi dispone di un potere, che accetta docilmente l’offesa purchè possa ricavarne un qualche beneficio, e che il sopruso resti confinato nella sua dimensione privata. La situazione diventa esplosiva e insostenibile quando attraverso un filmato del cinegiornale viene derisa e dileggiata pubblicamente, sancendo così l’impossibilità del sogno agognato che non si può realizzare perché impudicamente avvilito dall’incomprensione altrui. Il regista si affida ad una narrazione non necessariamente concatenata, i toni da commedia lasciano presto lo spazio all’inconsapevole dramma interiore, gli episodi che ruotano sui frammenti di vita di Adriana alla ricerca di un posto al sole si esauriscono nella frustrazione che la ragazza cerca di confondere cambiando pettinatura. L’utilizzo degli attori è circostanziato, nomi già famosi quali Manfredi, Salerno, Tognazzi, solo per citarne alcuni, forniscono precise caratterizzazioni senza offuscare la coralità del contesto in cui vivono. Partendo da un sonoro sempre diegetico, Pietrangeli introduce uno dei temi portanti della nuova cultura, il linguaggio della musica leggera, che diventerà pop, quale forma sostitutiva e creativa rispetto ad espressioni culturali più profonde e complete, i testi della musica leggera diventano slogan di riferimento dei propri pensieri come se fossero l’unico mezzo a disposizione per comprendere la nuova realtà. Il regista ne sottolinea le strategie di consumo e di fruizione, non mancano mai una radiolina portatile, un giradischi, e domani la televisione. Un ritratto italiano impietoso, sofferente e compresso in un contenitore vuoto, da riempire con valori effimeri e inconsistenti, ma che naturalmente tutti conoscono.

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