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Ruben Brandt, Collector

Regia di Milorad Krstic vedi scheda film

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La recensione su Ruben Brandt, Collector

di OGM
7 stelle

Rubare ciò che ci fa male. Possederlo, per dominare la sua incomprensibilità.

Pittura e cinema. I due volti di un’unica visionarietà, che appiattisce e moltiplica la realtà nella psichedelica indeterminatezza di un collage dadaista. Nella soggettività della prospettiva, le forme sono costrette a racchiudere in sé ogni possibile interpretazione, la letteralità ed il suo opposto, la chiarezza e l’arcano. I personaggi di questo racconto sono i ritratti, animati a forza, della nostra immaginazione unidimensionale, che schiaccia la complessità nel diagramma mentale che pretende di cogliere, in un colpo solo, tutti i legami e  le contraddizioni di cui si compone il mondo. Il cubismo destrutturante di Picasso dà luogo ad una teatralità corale e dissonante: lo sfondo ideale per una storia di schizofrenia, in cui la psicosi è, però, solo un’ipotesi, una tra mille illusioni ed enigmi che sfuggono come le labili suggestioni di un sogno. Ruben Brandt è uno psicoterapeuta che non riesce a decifrare gli assurdi, incontrollabili segnali inviatigli dalla sua stessa mente, che delira di fronte ad un quadro famoso, che vede l’inesistente e fortemente desidera possedere l’oggetto delle proprie ossessioni. Con la complicità di una ladra cleptomane – affetta da una patologia che, paradossalmente, interferisce con la sua professione – diviene così un collezionista di costosissimi incubi, da cui può liberarlo solo la definitiva conquista, l’esercizio di un potere esclusivo ed assoluto sui pezzi più preziosi del patrimonio dell’umanità. Lui stesso, in mezzo ad una moltitudine di figure fatte di sole linee e colori, è un disegno che si lascia docilmente plasmare dalle emozioni, deformare dalla frenesia di una storia che ruba all’action movie un’adrenalina con cui diluire le tinte di una fantasia altrimenti troppo soggetta ai vincoli dello stile. Solo con la consapevole adesione al caos, che acrobaticamente scompiglia la continuità del tratto, si può rendere conto dell’evanescenza del pensiero che non trova pace, mentre riflette sulla propria incoerenza. L’autoanalisi passa per una libera associazione che fa della volontà un’energia volatile, una propulsione che sfida le distanze per falsare le proporzioni: il minuscolo contenuto di un fotogramma esplode fino a costituire un universo a sé, ricco di relazioni interne ed esterne, uno schema tentacolare che affolla il panorama, rendendolo irripetibile, irrisolto,  irriducibile a un senso. Questo film d’animazione non concede tregua alcuna ai cercatori del filo logico, della sequenza temporale, di un’evoluzione che avvicini alla soluzione finale. Il ritmo turbinoso degli eventi,  disgregati in una girandola di fughe dalla razionalità, ha l’effetto ipnotico di un gioco di luci, che pure, continuamente, giungono a condensarsi in grumi di narrazione dai contorni ben definiti: spuntano così, come fiori selvaggi, la passione, l’ironia, il sarcasmo, il dolore, il dubbio, tutto quanto di instabile riesca a radicarsi profondamente nell’anima, facendole male,  nel ricordarle la sua irrimediabile, eppure scintillante e prodigiosa, fragilità.  

 

scena

Ruben Brandt, Collector (2018): scena

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Ruben Brandt, Collector (2018): scena

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