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7 sconosciuti a El Royale

Regia di Drew Goddard vedi scheda film

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La recensione su 7 sconosciuti a El Royale

di Malpaso
8 stelle

A colpire è innanzitutto l’estro registico di Goddard, così come il gusto pulp. L’autore procede per allegorie: l’estrema stilizzazione dei personaggi dà modo al regista di capovolgere gli intenti utopistici delle contestazioni giovanili del sessantotto.

La recensione che segue la trovate anche sul mio blog.

 

È sempre presente una concezione giocosa della costruzione narrativa nei film di Drew Goddard: lo si può notare anche tra i suoi lavori alla sceneggiatura (dagli inizi in televisione con Buffy l’ammazzavampiri a Sopravvissuto – The Martian), ma questa caratteristica risalta soprattutto nelle sue due opere autoriali, ovvero quelle da lui scritte e dirette. Se Quella casa nel bosco stupì pubblico e critica con la sua riflessione autoreferenziale sui meccanismi del genere gore, con 7 sconosciuti a El Royale il regista alza ulteriormente il livello sia da un punto di vista concettuale che puramente qualitativo.

 

A colpire è innanzitutto l’estro registico di Goddard che, tolti alcuni problemi di ritmo ed una durata forse eccessiva che purtroppo inficiano sulla valutazione finale, per il resto dimostra una grande abilità nella gestione dei tempi scenici e della tensione, con annesso omaggio a Sergio Leone in un magnifico duello inconsapevole tra un chiodo, una cantante ed un fucile. Gli attori sono brillanti: Dakota Johnson magnetica femme fatale; Jon Hamm (grande interprete mai sfruttato a pieno nel mondo del cinema, recuperatelo in Mad Men) e Chris Hemsworth istrionici e divertenti, entrambi con poco minutaggio, ma quanto basta per segnare il film; Jeff Bridges bravo come sempre, la sua presenza dà alla pellicola un respiro western.

 

Della sua opera seconda a stupire è anche il gusto pulp che l’avvicina molto al The Hateful Eight di Tarantino, seppure gli stili di scrittura dei due registi siano molto differenti; 7 sconosciuti a El Royale è un (quasi) one room-set movie, ovvero presenta una trama che si svolge in un’unica location all’interno della quale confluiscono personaggi surreali, al limite del grottesco, mossi da motivazioni enigmatiche e destinate a far sorgere dei contrasti. La vicenda d’insieme si chiarisce gradualmente grazie ad una divisione in capitoli, ognuno dei quali presenta un punto di vista individuale su episodi che vengono riproposti allo spettatore anche due o tre volte, e, tra colpi di scena o nuove rivelazioni che costringono alla continua rivalutazione dei principi morali messi in campo, la messinscena si presenta come un divertente gioco ad incastri di cui lo spettatore è invitato a sbrogliarne il bandolo della matassa.

 

Effettivamente, in un film in cui identità e fini sono continuamente rivalutati o filtrati (da costumi come attraverso specchi semitrasparenti), il tema sul quale Drew Goddard torna a concentrarsi è sempre quello della rappresentazione. La protagonista dell’opera, El Royale stessa, si scopre essere tutt’altra cosa rispetto a ciò che appare (ovvero un semplice hotel) e questo è il leitmotiv dell’intera pellicola: nessun personaggio offre la vera immagine di sé. Eppure, ad un certo punto uno di essi, seppure conscio della falsità di ciò che gli si presenta davanti, decide di credere alla finzione nel tentativo di avere salva l’anima. In un certo senso, si torna sempre a riflettere sul tacito patto tra il narratore e lo spettatore sulla non realtà dello spettacolo cinematografico.

 

Quindi l’autore procede per allegorie. Siamo nel 1969, post rivoluzione sessantottina, periodo riportato in vita grazie ad una straordinaria colonna sonora che rispolvera pezzi del tempo; le luci di Seamus McGarvey definiscono sin da subito il tono allucinato della vicenda. L’estrema stilizzazione dei personaggi dà modo al regista di capovolgere gli intenti utopistici delle contestazioni giovanili dell’epoca, subito messe in crisi dalle immagini in bianco e nero del Vietnam: così i sette sconosciuti sono uomini e donne segnati sin dalla nascita, dalla violenza casalinga o dalla cultura delle armi, passando per il narcisismo hippie fondamentalista o l’incompetenza delle istituzioni.

 

7 sconosciuti a El Royale è un film sul fallimento di una generazione che ha creduto in un mondo migliore, ma colpevole di non aver affrontato le colpe dei padri (intesi nel senso più ampio del termine, chi c’è stato prima di loro e la patria stessa). L’immagine finale degli Stati Uniti è quella di una nazione divisa negli intenti, incapace di convivere sotto un unico tetto, ma tutto sommato unita sotto la stessa bandiera. La bandiera della violenza.

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