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C'era una volta a... Hollywood

Regia di Quentin Tarantino vedi scheda film

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alan smithee

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Questo testo contiene anticipazioni sulla trama.

La recensione su C'era una volta a... Hollywood

di alan smithee
6 stelle

FESTIVAL DI CANNES 2019 - CONCORSO / CINEMA OLTRECONFINE

P. S. : in realtà qui dentro non ci sono vere anticipazioni.... solo qualche puntualizzazione sul contesto.... Per prudenza e rispetto verso tutti coloro che vedranno il film, ho tuttavia scelto di indicare tale eventualità, nel caso dovesse verificarsi qualche incauto svelamento inerente l'epilogo della vicenda.

 

Le favole aiutano spesso - anche nella fascia adulta genericamente poco avvezza a rifugiarvisi - ad addolcire la cruda realtà e a trasformare a proprio piacimento storie vere che la crudeltà umana ha trasformato in tragedie spesso efferate, magari nemmeno suffragate da reali e razionali motivazioni di sorta.

Tarantino si sa, ama raccontare quasi solo ciò che gli piace, e scegliere i dettagli della storia tra le situazioni, i periodi temporali, le circostanze ed i costumi che lo hanno sempre attirato.

Particolari e dettagli, questi, tutti in qualche modo strettamente legati al cinema che più lo ha sempre attratto: il B movie in particolare, con una predilezione viscerale nei confronti delle produzioni di genere di origine italiana.

Un cinema con cui certi dotati artigiani italiani, grazie al loro estro spesso un po' improvvisato dalla mancanza di soldi, hanno saputo varcare i sin troppo esigui confini di stato, che proprio Tarantino ha saputo cogliere nella sua attività amatoriale giovanile di cinefilo incallito, e poi spesso omaggiare, riprodurre, citare.

Omaggiare in produzioni che, al contrario, e come in questo caso in modo particolare, potevano vantare di finanziamenti cospicui da parte di majors di prima grandezza, in grado di assicurare al regista le migliori e più glamour star del momento, nonché i più dispendiosi mezzi per rendere possibile il miglior risultato di messa in scena.

Come si è verificato puntualmente in questa sfavillante produzione, in grado di catapultare su di sé una attenzione mediatica che ha quasi eclissato gran parte degli altri film che, come lui, ma senza la medesima prepotenza indotta da molte circostanze, si trovavano a gareggiare in occasione della 72° chermesse di Cannes.

L'amicizia virile e fedele di uno stuntman massiccio e di bella presenza come Cliff Booth nei confronti del divo che si credeva in ascesa, Rick Dalton - eroe di serie televisive a basso costo, ma seguitissime - vive, attorno alla fine degli anni '60, la propria fase culminante che corrisponde e si accompagna di pari passo con le mutevoli sorti della carriera del divetto, sempre sul punto di sfondare definitivamente, almeno fino al momento in cui il suo scaltro agente trafficone non lo indirizza verso una "vacanza lavorativa" in Italia. Convincendolo che il ruolo da cattivo che lo ha visto tornare al cinema, altro non è che un segno del suo declino inevitabile e predestinato. Una caduta che solo un salutare soggiorno italico, appannaggio di un manipolo di scaltri artigiani di spaghetti western, potrà indurlo a riprendere le redini, in sella ad una nuova, clamorosa svolta di carriera. 

Nel Belpaese, la star non solo si impegna a girare quattro film di genere uno dopo l'altro, e con registi come Sergio Corbucci, definito proprio nel film "il secondo miglior regista di spaghetti western", e che Tarantino ama al punto da aver riproposto il suo "povero" Django, rivisto e corretto con idee e fondi in grado di trasformarlo - anche "epidermicamente" - in un gran personaggio, ... quando tutti noi sappiamo bene chi è il numero uno indiscusso di tale filone di successo mondiale; altro citato è, oltre a Giorgio Ferroni, l'Antonio Margheriti, che assieme a Enzo G. Castellari di Bastardi senza gloria, appartiene alla folta schiera di miti del nostro regista americano, seguiti spasmodicamente dal regista sin dall'infanzia. Trova anche il tempo, il nostro Dalton, dicevamo sopra, per sposarsi con l'italiana Francesa (che parla un italiano storpiato e ridicolo completamente incongruente, ma che è bello ascoltare come una deliziosa, ingenua americanata, che tuttavia si perderà nel doppiaggio). 

La circostanza della crisi esistenziale e del declino pre-avventura italica di Dalton, nonché delle difficoltà del suo socio e controfigura, pure lui visto ancor più male del suo capo nella mecca del cinema, a causa di un suo oscuro passato "omicida", si intersecano con la quotidianità spensierata e la trasognata solitudine di un'attrice energente andata in sposa ad uno dei registi più quotati di quei tempi. Lui è Roman Polanski, reduce dai fasti di Rosemary's baby, mentre lei è la stuoenda Sharon Tate. I coniugi vivono nella Hollywood che conta, in una villa confinante con quella di Dalton, ma il grande regista è in giro per il mondo a girare film, mentte la Sharon, incinta, vive aspettando il ritorno del marito assieme ad un ex fidanzato ora amico, facendo shopping, riguardandosi in un film con Dean Martin-Matt Helm, che la vede co-protagonista pasticciona, e preparandosi a regalare al marito un libro che ella adora, e di cui lui potrebbe curarne una trasposizione (si tratta di Tess dei d'Uberville di Thomas Hardy, che Polanski tradurrà in immagini circa dieci anni dopo nello splendido, ma sfortunato Tess, con una giovanissima Nastassja Kinski). Questa bizzarra commistione di storie, accomunate solo da una vicinanza di reciproche abitazioni, costituirà - nel film lunghissimo, scombussolato da una narraxione convulsa, ma girato tuttavia benissimo, forte di sequenze in movimento davvero notevoli, ma anche penalizzato da una parte centrale estenuante e completamente tergiversante, irrisolta - la chiave di volta per permettere all'ottimo cineasta - gran mescolatore di generi e situazioni in tutto il suo notevole percorso artistico - di porre le basi per una visione tutta propria di come andarono effettivamente le cose.

Il titolo "C'era una volta..." avvisa e predispone, e alla fine fa quadrare molte cose, creando nello spettatore che conosce la storia efferata di cronaca, una suspence che sul finale si carica di pathos ed attesa spasmodica.

Tarantino riesce non solo a ricostruire mirabilmente, con collages esteticamente perfetti, estratti d'epoca, di film (intere scene di film western riprese sull'atto di metterle in scena) e locandine di quei tempi, ma ancor più a creare la magia, in una ventina di minuti finali magnifici, tesi, appassionanti, in cui egli riassume e rielabora tutta la propria dirompente verve satirica, e anche politica: tematiche forti ed attuali, proprio oggi nell'epoca del presidente americano padrone del mondo; quello impresentabile, caricatura di se stesso; quello dai tratti porcini e dall'improponibile capello al vento color polenta; quello che costruisce barriere, materiali e doganali, in nome di un status di cittadinanza che diviene per gli eletti nati nel posto giusto, un dono inviolabile e sacro, dalle caratteristiche e potenzialità quasi divine.

Per non parlare della considerazione, pur essa di estrazione divina, del diritto di proprietà, inviolabile sino a giustificare le estreme conseguenze; la liceità di rispondere ad una minaccia con mezzi ben al di sopra di quelli protesi a crearla; la serafica conciliazione finale che riunisce i padroni di casa confinanti dopo lo "spiacevole incidente", come se nulla fosse successo, una volta risolta la situazione di emergenza: un assurdo che da una parte sfata un mito, dall'altra scongiura una fine cruenta che ha riempito le pagine di cronaca, effettivamente difficile da poter accettare, e per la quale un volo di fantasia diventa davvero il modo migliore per sopravvivere alle assurde incongruità che rendono l'uomo la belva più pericolosa.

In realtà tutte queste ultime considerazioni sulla difesa personale smisurata rispetto all'offesa e al trionfo del diritto di proprietà, a Tarantino non importa probabilmente nulla.

A lui preme citare, riprodurre, omaggiare, come già fece in molte occasioni, ma con particolare attinenza nell'assai migliore Inglorious Basterds, giocando con i sentimenti epidermici del pubblico, massacrando il nemico e facendoci provare (lo ammetterete pure voi, o vi ricorderete di averlo provato durante la visione del film poco sopra citato) una soddisfazione impagabile quando l'eroe apparentemente sottomesso e spacciato, ma formalmente e concettualmente buono ed "occidentale", trova il modo per punire in modo definitivo e totale, un nemico, che è sempre quintessenza della cattiveria e della brutalità, utilizzando peraltro le medesime dinamiche, accentuate nei dettagli secondo un parossismo che diventa una processione, e le modalità di risoluzione, per la maggior soddisfazione di un pubblico che non riesce a non farsi trascinare nella meravigliosa ed efferata ebbrezza giustizialista che rende la vittima, talvolta e sempre con Tarantino, ancora più efferata del carnefice.

Ma Once upon a time...., che tergiversa, appare debole e poco coerente nella lunghissima parte confusa e raffazzonata dedicata alla setta di Manson, procede introducendo personaggi ad accumulo uno sull'altro, e si circonda di star eccellenti, coinvolgendole in camei e comparsate di lusso (Al Pacino occhialuto, qui occupato, e forse un po' sprecato, in qualche posa, nei panni dell'agente intrallazzatore del protagonista, Bruce Dern, Timothy Olyphant, Emile HirschKurt Russell, Michael Madsen fugacissimo, il compianto Luke Perry, Dakota Fanning, Damian Lewis che fa Steve McQueen, forse pure Tim Roth che mi pare compaia tra i titoli di coda, e di cui nemmeno mi sono accorto) - si dimentica completamente di ogni personaggio che non siano Dalton o il solidale Booth, qui interpretati rispettivamente da un Leonardo Di Caprio e da un Brad Pitt entrambi motivati ed in gran forma, sia fisica che caratteriale. Pitt, in particolare, è fantastico nel rendere palpabile la strafottenza "composta"e rilassata del suo personaggio, uno che non si fa scrupoli nel sistemare per le feste un Bruce Lee montato e ciarlatano che sa fare solo moine inutili, per poi farsi meschinamente riempire di botte (scena esilarante, che ha creato al regista qualche grana con gli eredi del celebre maestro di arti marziali divenuto divo del cinema, ma anche molta pubblicità gratuita).

Persino la terza protagonista, interpretata da una Margot Robbie nuovamente bella come un'icona e sexy quasi quanto il personaggio a cui dà vita, appare, più che sviscerarsi: forse tutto ciò è coerente col contesto nel quale non mi addentro volutamente, in questa sede, a parlare, per rispetto a chi vedrà il film; o forse è tutto frutto di una ironica provocazione.

Per quel che mi riguarda, ci troviamo di fronte ad un'opera diretta magnificamente, ma con gravi lacune dal punto di vista della scrittura, che nemmeno la irresistibile tendenza dell'autore a far "cazzeggiare" interminabilmente i suoi personaggi e beniamini, (si pensi alle magie in Pulp Fiction tra Travolta e Jackson), riesce pienamente a giustificare.

L'opera forse meno risolta, decisamente la meno convincente tra tutte, giustamente e coerentemente ignorata completamente - per quel che mi viene da pensare - dalla giuria del Festival, che l'ha lasciato a bocca asciutta nonostante il film fosse partito come favorito assoluto ancora ben prima di essere visto e giudicato.

La pellicola è stato insignita invece di un risarcimento ironico e non ufficiale, quello della Dog Palm andato al fedele, ma anche inquietante cane Brandy, impegnato in una grande performance interpretativa - fa semplicemente, ma in modo per nulla scontato al cinema, il cane con le attitudini proprie della razza alla quale appartiene. Circostanza che ce lo fa amare incondizionatamente, facendoci dimenticare, ancora una volta con Tarantino che se la ride nascosto dal suo mento pronunciato, delle dinamiche atroci che trasformano l'animale, con un semplice richiamo, da essere più amabile del mondo, in belva senza remore alcune in grado di trasformarsi in una macchina letale.   

 

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