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La strada dei Samouni

Regia di Stefano Savona vedi scheda film

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La recensione su La strada dei Samouni

di nickoftime
8 stelle

Un giorno di ordinaria follia, uguale ai tanti consumati nella striscia di Gaza durante la cosiddetta operazione Piombo fuso, la campagna militare organizzata dall’esercito israeliano per neutralizzare il lancio di missili effettuato da Hamas contro il territori a sud dello stato ebraico. Di uno di questi in particolare si occupa il nuovo film di Stefano Savona, che ritorna sui luoghi dove aveva realizzato Piombo fuso, il documentario girato nel 2009 in cui si raccontavano i giorni di passione della popolazione palestinese prostrata dalle conseguenze del fuoco nemico. Se il lungometraggio sopra menzionato funzionava come un’istantanea su fatti in corso di svolgimento, La strada dei Samouni viaggia sul filo della memoria per raccontare attraverso le parole dei sopravvissuti l’assassinio di 29 civili da parte delle forze occupanti. Ma non basta, poiché il sopralluogo cinematografico non si ferma alla ricostruzione degli eventi, effettuata attraverso espedienti formali di forte impatto emotivo, come risultano essere le animazioni in bianco e nero e il mokumentary delle riprese aree effettuate dal drone assassino, ma prosegue sulla scia del processo di elaborazione del lutto da parte della piccola Amal, testimone oculare scampata agli omicidi dei genitori e parenti, e, ancora, con il ritorno alla vita della comunità locale.

 

 

 

Esempio di quel documentario creativo capace di promuove alcuni dei talenti più cristallini del nostro panorama, La strada dei Samouni è uno dei rari casi in cui la sintesi tra forma e sostanza funziona come moltiplicatore di senso rispetto alle soluzioni visive adottate dal regista. Così accade quando si tratta di riportare il corso degli eventi, declinati attraverso formati utilizzati per segnalare il cambio di punto di vista rispetto agli avvenimenti, in un’alternanza di sguardi (delle vittime, dei carnefici, del del regista) che insieme danno conto dei diversi gradi di realtà, ognuna delle quali inevitabilmente condizionata – nella sua ricostruzione – dal “ruolo” svolto all’interno del quadro. Ecco, allora, che lo scarto visivo prodotto dai disegni animati di Massi, lungi dall’essere un semplice vezzo d’autore diventa il modo – forse l’unico, per lo shock sofferto dalla bambina – di entrare nell’universo immaginifico di Amal senza perdere di vista la coerenza documentaristica e la progressione narrativa, soddisfatte alternativamente dagli inserti in cui uomini e donne si rivolgono all’obiettivo per confessare la propria esperienze, oppure dalla spiccia matematica dei carnefici, simboleggiata dall’incontro di ascisse e ordinate che fissano il centro del mirino.

 

Il risultato è un flusso in cui realtà e fantasia, emotività e controllo si alleano per costruire un poesia sull’umano che non prevede né vincitori né vinti ma solo la voglia di ritornare alla vita ricordando ciò che è stato. Detto che l’evidenza dei fatti basta e avanza per capire da che parte stanno le colpe, La strada dei Samouni evita proclami e rivendicazioni (nonostante le persecuzioni, nessuno degli intervistati inveisce contro il nemico), profilandosi come un racconto in cui il succedersi di inizio e fine può essere letto alla stregua di una rappresentazione archetipica del ciclo della vita. È questo il motivo per cui è impossibile non riconoscersi nell’universo raccontato nel film e quindi non parteciparvi dal primo all’ultimo istante della proiezione; forse anche dopo! Premiato allo scorso festival di Cannes, il documentario di Savona è in lizza per entrare nella cinquina dei migliori titoli della sua categoria. Imperdibile.

(pubblicato su taxidrivers.it)

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