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Cafarnao - Caos e miracoli

Regia di Nadine Labaki vedi scheda film

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La recensione su Cafarnao - Caos e miracoli

di pazuzu
4 stelle

Una storia tristemente verosimile che però, fatto salvo il merito di portare all'attenzione dei più le condizioni esistenziali terribili comuni a troppi dimenticati, non sa far nulla di meglio che procedere come un accumulo sterile di sventure destinate ad approdare ad un epilogo banalmente consolatorio.

 

Capharnaüm era l'antico villaggio della Galilea nella cui sinagoga affollata di gente, secondo i vangeli, Cristo iniziò a predicare. Soprattutto nella tradizione dei paesi mediorientali, questo nome è divenuto un sostantivo (in italiano 'cafarnao') che sta ad indicare un luogo pieno di confusione e disordine. Proprio in quest'ultima accezione, Capharnaüm è diventato il titolo del terzo lungometraggio della regista libanese Nadine Labaki, che dice di averlo scelto dopo aver osservato, in un secondo tempo, l'elenco interminabile dei temi che, quando l'operazione era ancora in fase embrionale, s'era ripromessa di trattare fissandoli su una lavagna.
Partendo dal maltrattamento dei minori, Labaki si propone di mettere in scena i nuovi poveri del proprio paese all'interno di un racconto universale che vuole parlare prima di tutto a chi alza muri o si rifiuta anche solo di considerare il diritto ad esistere di chi ha la sola colpa di essere nato al posto e nel momento sbagliato; tutto ruota attorno a Zain, un ragazzino di circa 12 anni che non avendo documenti non conosce neanche la propria data di nascita, il quale, dal carcere minorile in cui è rinchiuso per aver accoltellato un uomo, accusa e cita in giudizio i genitori che a ragione disprezza, colpevoli di averlo messo al mondo senza avere le possibilità per crescerlo adeguatamente: un espediente curioso e spiazzante che serve a dare il via al lungo flashback che ricostruisce la sua infanzia terribile fatta di miseria, sfruttamento e privazioni.

 

 

Il razzismo e la discriminazione, il traffico di infanti e le vessazioni subite dai migranti costretti alla clandestinità da legislazioni infami, trovano man mano posto tra le evoluzioni di una storia tristemente verosimile che però, fatto salvo il merito di portare all'attenzione dei più le condizioni esistenziali terribili comuni a troppi dimenticati, non sa far nulla di meglio che procedere come un accumulo sterile di sventure destinate ad approdare ad un epilogo banalmente consolatorio, appesantita altresì da una tendenza all'estetizzazione fuori luogo e fuori contesto.
Perché se da un lato la regista marca la propria vicinanza ai reietti prendendo quasi tutti gli attori dalla strada per portare sullo schermo i loro vissuti carichi di difficoltà di ogni sorta, dall'altro si preoccupa più della potenza delle immagini che della loro effettiva consistenza, imbellettando una serie di brutture ma restando sempre in superficie e tenendosi sistematicamente a distanza da ogni parvenza di analisi, ed apparendo ricattatoria nella scelta dell'oggetto della narrazione, con il ragazzino quasi sempre al centro della scena e per di più accompagnato la metà del tempo da un bimbo di un anno che a malapena cammina (spesso in situazioni agghiaccianti che 'obbligano' alla compassione, talvolta in brevi momenti teneri che arruffianano sorrisi), ed esibizionista in quelle stilistiche, distanti anni luce dalla povertà e dalla disperazione che vorrebbe denunciare, con droni che effettuano riprese aeree mirabolanti alzandosi assieme al suono dei violini dell'invadente e pomposa partitura musicale del marito Khaled Mouzanar (anche tra i produttori): affinché la sofferenza paghi dal punto di vista della resa cinematografica, e alla faccia del pudore che avrebbe invece meritato.
Il tutto, dando la costante impressione di star sin troppo attenta a non apparire scorretta e a non infastidire oltremodo, impressione confermata non tanto dalla già stucchevole escalation retorica dei dieci minuti finali, quanto dall'ultimo fotogramma - programmaticamente liberatorio - che concedendo il primo sorriso ad un bambino che fino ad allora non aveva avuto ragione di farne, autorizza quel pubblico che aveva chiamato a riflettere a sciogliere le righe, a sentirsi di nuovo a posto con la coscienza tenuta in ostaggio per due ore, e a tornare ad ignorarne altri dieci, cento o mille che continueranno a non sorridere mai.

 

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