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L'altra faccia del vento

Regia di Orson Welles vedi scheda film

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La recensione su L'altra faccia del vento

di mm40
5 stelle

Jake Hannaford, regista americano di chiara fama, torna sulla breccia con un nuovo film sperimentale ed eccessivo, proprio mentre compie 70 anni. Non tutti a Hollywood sono però pronti a riabbracciarlo.

La storia è nota: come per quasi ogni suo altro film, Orson Welles comincia a girare The other side of the wind, nel 1970, con scarsi finanziamenti e tante buone promesse che non bastano comunque a portare a termine il lavoro; le riprese procedono spezzettate in vari periodi che arrivano fino al 1976, per poi fermarsi definitivamente. Nonostante un cast stellare che vede come protagonista John Huston e una miriade di interpreti più o meno celebri che partecipano sulla fiducia al progetto, di volta in volta aggiuntisi (fra i tanti: Bob Random, Edmond O’Brien, Dennis Hopper, Paul Mazursky, Susan Strasberg, Stephane Audran, Cameron Mitchell, Claude Chabrol…), e nonostante la ben nota capacità del regista di farsi buona pubblicità e ottenere fondi suppletivi per una completa autoproduzione che ha del miracoloso, The other side of the wind viene accantonato a questo preciso punto. Welles ha ancora un decennio circa di vita davanti, eppure non metterà mai seriamente mano alle oltre cento ore (!) di girato per questa pellicola; tutto ciò che ha lasciato pare sia un montato di circa tre quarti d’ora e una serie di istruzioni più o meno attendibili (ed è piuttosto famosa la disinvoltura con cui Welles stravolgeva i suoi stessi copioni). Da queste basi, dopo una infinita battaglia legale sulla proprietà delle bobine del film, l’ultima compagna del regista, Oja Kodar - anche protagonista femminile del lavoro, oltre a essere accreditata come cosceneggiatrice - e l’amico e collega Peter Bogdanovich - anch’egli fra gli attori del cast - sono riusciti a ultimare una versione ‘verosimile’ dell’opera: o così almeno ci è stato raccontato. È invece difficile credere che sia possibile in qualche modo una simile operazione, sia per le citate peculiarità artistiche di Orson Welles, sia per la scarsità del montato provvisorio da lui lasciato – nel complesso il film sfora le due ore di durata – rispetto all’ingente mole di pellicola da cui attingere, sia infine per l’eterogeneità del materiale a disposizione; a questo punto l’unica maniera sensata di accogliere questa versione di The other side of the wind è quella di considerarlo semplicemente un omaggio al Genio di OW, ma nulla di più. Anche perché le perplessità altrimenti sarebbero troppe, per quanto molte vengano fuggite dall’interessante documentario Mi ameranno quando sarò morto (Morgan Neville, 2018): davvero Welles avrebbe messo insieme brani così differenti per qualità della fotografia, arrivando addirittura a inserire di tanto in tanto delle brevi sequenze in bianco e nero? Realmente la durata sarebbe stata questa, realmente avrebbe concentrato la narrazione su primi piani, dialoghi in campo/controcampo serrato e pochissime musiche (che pure sono di Michel Legrand), realmente avrebbe tanto insistito sui pur pregevoli nudi della Kodar? Davvero aveva la ferma volontà di girare quello che qualcuno ha ridefinito “il suo 8 ½”, o erano solo boutade dello stesso Welles – fra le tantissime – che sono state prese eccessivamente sul serio dagli esecutori del suo testamento artistico? Forse la risposta è sì: aveva sul serio intenzione di fare un film tanto sperimentale e fuori dai suoi canoni, ma in quel ‘forse’ sta l’altra metà invisibile della questione, l’altra faccia del vento che nessuno ormai può più raccontarci. 5/10.

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